Gesù,
tutti hanno bisogno di te anche quelli che non lo sanno. E quelli che non lo
sanno assai più di quelli che sanno. L'affamato si immagina di cercare il pane
e ha fame di te. L'assetato crede di volere l'acqua e ha sete di te. Il malato
s'illude di cercare la salute e il suo male è l'assenza di te. Tu sai quanto
sia grande per me e per tutti noi il bisogno del tuo sguardo e della tua
parola. Tu che fosti tormentato per amore nostro ed ora ci tormenti con tutta
la potenza del tuo implacabile amore.
martedì 20 marzo 2012
PAURE E INSICUREZZE
Gesù, ti presento tutte le mie paure: la paura di essere rifiutato da Dio, la
paura nei confronti degli altri, la paura di certi luoghi e animali, la paura
dinanzi al futuro e a situazioni difficili, la paura di dare una brutta
impressione di me stesso.
Ti presento tutte le mie insicurezze, i miei dubbi, le mie incertezze, il disprezzo che a volte sento di me stesso e della mia vita.
Per queste paure e insicurezze mi sento come in mezzo a una tempesta.
Tu hai detto agli apostoli sul lago di Galilea in tempesta: "Coraggio, sono io, non temete!".
Dillo anche a me e nel mio cuore si placheranno le onde furiose dell'insicurezza e della paura.
Liberami da ogni dubbio e incertezza irragionevole, da ogni disprezzo di me stesso e della vita.
Sii Tu il mio coraggio, la mia sicurezza, il mio punto d'appoggio, la mia forza di vivere e di agire.
Infondi in me il tuo Spirito Santo che è Spirito di potenza e di libertà.
Cuore di Gesù, confido e spero in te.
Ti presento tutte le mie insicurezze, i miei dubbi, le mie incertezze, il disprezzo che a volte sento di me stesso e della mia vita.
Per queste paure e insicurezze mi sento come in mezzo a una tempesta.
Tu hai detto agli apostoli sul lago di Galilea in tempesta: "Coraggio, sono io, non temete!".
Dillo anche a me e nel mio cuore si placheranno le onde furiose dell'insicurezza e della paura.
Liberami da ogni dubbio e incertezza irragionevole, da ogni disprezzo di me stesso e della vita.
Sii Tu il mio coraggio, la mia sicurezza, il mio punto d'appoggio, la mia forza di vivere e di agire.
Infondi in me il tuo Spirito Santo che è Spirito di potenza e di libertà.
Cuore di Gesù, confido e spero in te.
Papa: Maria ci insegna a rivolgerci a Dio non solo quando ci serve aiuto
14/03/2012 12:49
VATICANO da asianews
Benedetto XVI all'udienza generale di oggi apre un nuovo ciclo di riflessioni, dedicato alla preghiera negli Atti degli apostoli e in san Paolo. Nell'attesa della Pentecoste, quando nasce la Chiesa, Maria è con gli apostoli. "Se non c'è Chiesa senza Pentecoste, non c'è neanche Pentecoste senza la Madre di Gesù".

Città del Vaticano (AsiaNews) - "Spesso la preghiera è dettata da situazioni di difficoltà, da problemi personali che portano a rivolgersi al Signore per avere luce, conforto e aiuto", Maria "invita ad aprire le dimensioni della preghiera, a rivolgersi a Dio non solamente nel bisogno e non solo per se stessi, ma in modo unanime, perseverante, fedele, con un cuore solo e un'anima sola". E' il primo insegnamento che viene dal nuovo ciclo di catechesi di Benedetto XVI per le udienze generali, dedicato alla preghiera negli Atti degli apostoli e in san Paolo.
Alle 20mila persone presenti oggi in piazza san Pietro, il Papa ha preso spunto dagli scritti di Luca, "primo libro di storia della Chiesa", cioè gli Atti degli apostoli. Sia in questi che nel Vangelo c'è largo spazio per la preghiera degli apostoli e della Madonna.
Prima della "rapida diffusione della Parola di Dio verso Oriente e Occidente", Luca riporta l'episodio dell'Ascensione, nel quale il Risorto "consegna agli apostoli il programma della loro esistenza votata all'evangelizzazione". A Gerusalemme gli apostoli, rimasti in undici per il tradimento di Giuda, "sono riuniti in casa per pregare, ed è proprio nella preghiera che aspettano il dono di Cristo Risorto, lo Spirito Santo".
"In questo contesto di attesa, tra l'Ascensione e la Pentecoste, san Luca menziona per l'ultima volta Maria, la Madre di Gesù, e i suoi familiari". Con Maria "inizia la vita terrena di Gesù e con lei iniziano anche i primi passi della Chiesa; in entrambi i momenti il clima è quello dell'ascolto di Dio, del raccoglimento".
Maria "ha seguito con discrezione tutto il cammino di suo figlio durante la sua vita pubblica fino ai piedi della croce, e ora continua a seguire, con una preghiera silenziosa, il cammino della Chiesa". All'Annunciazione, nella casa di Nazaret, Maria "è attenta alle parole dell'Angelo, le accoglie e risponde al progetto divino, manifestando la sua piena disponibilità". Per il suo "atteggiamento interiore di ascolto, è capace di leggere la propria storia, riconoscendo con umiltà che è il Signore ad agire. In visita alla parente Elisabetta, Ella prorompe in una preghiera di lode e di gioia, di celebrazione della grazia divina". Nel Magnificat, "Maria non guarda solo a ciò che Dio ha operato in Lei, ma anche a ciò che ha compiuto e compie continuamente nella storia".
"Anche nel Cenacolo, a Gerusalemme, "in un clima di ascolto e di preghiera", Maria è presente, prima che si spalanchino le porte ed essi inizino ad annunciare Cristo Signore a tutti i popoli, insegnando ad osservare tutto ciò che Egli aveva comandato". "Le tappe del cammino di Maria, dalla casa di Nazaret a quella di Gerusalemme, attraverso la Croce dove il Figlio le affida l'apostolo Giovanni" sono segnate "dalla capacità di mantenere un perseverante clima di raccoglimento, per meditare ogni avvenimento nel silenzio del suo cuore, davanti a Dio". "La presenza della Madre di Dio con gli undici, dopo l'Ascensione non è allora una semplice annotazione storica" ma "assume un significato di grande valore, perché con loro Ella condivide ciò che vi è di più prezioso: la memoria viva di Gesù, nella preghiera".
Tra l'Ascensione e la Pentecoste, "gli apostoli e la Chiesa si radunano con Maria per attendere con lei il dono dello Spirito Santo, senza il quale non si può diventare testimoni. Lei che l'ha già ricevuto per generare il Verbo incarnato, condivide con tutta la Chiesa l'attesa dello stesso dono, perché nel cuore di ogni credente sia formato Cristo. Se non c'è Chiesa senza Pentecoste, non c'è neanche Pentecoste senza la Madre di Gesù, perché Lei ha vissuto in modo unico ciò che la Chiesa sperimenta ogni giorno sotto l'azione dello Spirito Santo".
"Venerare la Madre di Gesù nella Chiesa, significa allora imparare da Lei ad essere comunità che prega: è questa una delle note essenziali della prima descrizione della comunità cristiana delineata negli Atti degli Apostoli".
"La vita umana - ha concluso il Papa - attraversa diverse fasi di passaggio, spesso difficili e impegnative, che richiedono scelte inderogabili, rinunce e sacrifici. La Madre di Gesù è stata posta dal Signore in momenti decisivi della storia della salvezza e ha saputo rispondere sempre con piena disponibilità, frutto di un legame profondo con Dio maturato nella preghiera assidua e intensa. Tra il venerdì della Passione e la domenica della Risurrezione, a Lei è stato affidato il discepolo prediletto e con lui tutta la comunità dei discepoli. Tra l'Ascensione e la Pentecoste, Ella si trova con e nella Chiesa in preghiera. Madre di Dio e Madre della Chiesa, Maria esercita questa sua maternità sino alla fine della storia. Affidiamo a Lei ogni fase di passaggio della nostra esistenza personale ed ecclesiale, non ultima quella del nostro transito finale. Maria ci insegna la necessità della preghiera e ci indica come solo con un legame costante, intimo, pieno di amore con suo Figlio possiamo uscire dalla «nostra casa»", "con coraggio, per raggiungere i confini del mondo e annunciare ovunque il Signore Gesù, Salvatore del mondo".
VATICANO da asianews
Benedetto XVI all'udienza generale di oggi apre un nuovo ciclo di riflessioni, dedicato alla preghiera negli Atti degli apostoli e in san Paolo. Nell'attesa della Pentecoste, quando nasce la Chiesa, Maria è con gli apostoli. "Se non c'è Chiesa senza Pentecoste, non c'è neanche Pentecoste senza la Madre di Gesù".
Città del Vaticano (AsiaNews) - "Spesso la preghiera è dettata da situazioni di difficoltà, da problemi personali che portano a rivolgersi al Signore per avere luce, conforto e aiuto", Maria "invita ad aprire le dimensioni della preghiera, a rivolgersi a Dio non solamente nel bisogno e non solo per se stessi, ma in modo unanime, perseverante, fedele, con un cuore solo e un'anima sola". E' il primo insegnamento che viene dal nuovo ciclo di catechesi di Benedetto XVI per le udienze generali, dedicato alla preghiera negli Atti degli apostoli e in san Paolo.
Alle 20mila persone presenti oggi in piazza san Pietro, il Papa ha preso spunto dagli scritti di Luca, "primo libro di storia della Chiesa", cioè gli Atti degli apostoli. Sia in questi che nel Vangelo c'è largo spazio per la preghiera degli apostoli e della Madonna.
Prima della "rapida diffusione della Parola di Dio verso Oriente e Occidente", Luca riporta l'episodio dell'Ascensione, nel quale il Risorto "consegna agli apostoli il programma della loro esistenza votata all'evangelizzazione". A Gerusalemme gli apostoli, rimasti in undici per il tradimento di Giuda, "sono riuniti in casa per pregare, ed è proprio nella preghiera che aspettano il dono di Cristo Risorto, lo Spirito Santo".
"In questo contesto di attesa, tra l'Ascensione e la Pentecoste, san Luca menziona per l'ultima volta Maria, la Madre di Gesù, e i suoi familiari". Con Maria "inizia la vita terrena di Gesù e con lei iniziano anche i primi passi della Chiesa; in entrambi i momenti il clima è quello dell'ascolto di Dio, del raccoglimento".
Maria "ha seguito con discrezione tutto il cammino di suo figlio durante la sua vita pubblica fino ai piedi della croce, e ora continua a seguire, con una preghiera silenziosa, il cammino della Chiesa". All'Annunciazione, nella casa di Nazaret, Maria "è attenta alle parole dell'Angelo, le accoglie e risponde al progetto divino, manifestando la sua piena disponibilità". Per il suo "atteggiamento interiore di ascolto, è capace di leggere la propria storia, riconoscendo con umiltà che è il Signore ad agire. In visita alla parente Elisabetta, Ella prorompe in una preghiera di lode e di gioia, di celebrazione della grazia divina". Nel Magnificat, "Maria non guarda solo a ciò che Dio ha operato in Lei, ma anche a ciò che ha compiuto e compie continuamente nella storia".
"Anche nel Cenacolo, a Gerusalemme, "in un clima di ascolto e di preghiera", Maria è presente, prima che si spalanchino le porte ed essi inizino ad annunciare Cristo Signore a tutti i popoli, insegnando ad osservare tutto ciò che Egli aveva comandato". "Le tappe del cammino di Maria, dalla casa di Nazaret a quella di Gerusalemme, attraverso la Croce dove il Figlio le affida l'apostolo Giovanni" sono segnate "dalla capacità di mantenere un perseverante clima di raccoglimento, per meditare ogni avvenimento nel silenzio del suo cuore, davanti a Dio". "La presenza della Madre di Dio con gli undici, dopo l'Ascensione non è allora una semplice annotazione storica" ma "assume un significato di grande valore, perché con loro Ella condivide ciò che vi è di più prezioso: la memoria viva di Gesù, nella preghiera".
Tra l'Ascensione e la Pentecoste, "gli apostoli e la Chiesa si radunano con Maria per attendere con lei il dono dello Spirito Santo, senza il quale non si può diventare testimoni. Lei che l'ha già ricevuto per generare il Verbo incarnato, condivide con tutta la Chiesa l'attesa dello stesso dono, perché nel cuore di ogni credente sia formato Cristo. Se non c'è Chiesa senza Pentecoste, non c'è neanche Pentecoste senza la Madre di Gesù, perché Lei ha vissuto in modo unico ciò che la Chiesa sperimenta ogni giorno sotto l'azione dello Spirito Santo".
"Venerare la Madre di Gesù nella Chiesa, significa allora imparare da Lei ad essere comunità che prega: è questa una delle note essenziali della prima descrizione della comunità cristiana delineata negli Atti degli Apostoli".
"La vita umana - ha concluso il Papa - attraversa diverse fasi di passaggio, spesso difficili e impegnative, che richiedono scelte inderogabili, rinunce e sacrifici. La Madre di Gesù è stata posta dal Signore in momenti decisivi della storia della salvezza e ha saputo rispondere sempre con piena disponibilità, frutto di un legame profondo con Dio maturato nella preghiera assidua e intensa. Tra il venerdì della Passione e la domenica della Risurrezione, a Lei è stato affidato il discepolo prediletto e con lui tutta la comunità dei discepoli. Tra l'Ascensione e la Pentecoste, Ella si trova con e nella Chiesa in preghiera. Madre di Dio e Madre della Chiesa, Maria esercita questa sua maternità sino alla fine della storia. Affidiamo a Lei ogni fase di passaggio della nostra esistenza personale ed ecclesiale, non ultima quella del nostro transito finale. Maria ci insegna la necessità della preghiera e ci indica come solo con un legame costante, intimo, pieno di amore con suo Figlio possiamo uscire dalla «nostra casa»", "con coraggio, per raggiungere i confini del mondo e annunciare ovunque il Signore Gesù, Salvatore del mondo".
Don Stanzione parla di angeli buoni e angeli cattivi su TV 2000
Da Miliziasanmichelearcangelo.org
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Don Marcello Stanzione sarà ospite della seguitissima
trasmissione “ Vade retro Satana” condotto da David Murgia che andrà in onda
sabato 17 marzo alle ore 15:30 con replica alle 20:30 e domenica 18 marzo con
replica alle 17:30. La televisione cattolica intervisterà ancora il sacerdote
salernitano, che è da oltre vent’anni parroco di Santa Maria La Nova nel comune
di Campagna e diocesi di Salerno, sabato 24 marzo e domenica 25 sempre negli
stessi orari. Non si può comprendere in modo adeguato la missione di Gesù senza
tener conto della nefasta azione di Satana, contro il quale egli ha combattuto
nella sua vita terrena e combatte incessantemente nel suo corpo mistico che è la
Chiesa. I discepoli, infatti, testimoni della vittoria di Cristo, sono da lui
chiamati a prolungare l’azione e gli effetti salvifici del mistero della Croce
lungo il pellegrinare storico della Chiesa. Gesù è il «più forte» che inaugura
il Regno di Dio con la sua presenza che segna la sconfitta totale di Satana. Lo
scopo della missione del Figlio di Dio è affermata nel testo della 1 Gv 3, 8:
eis touto ephanerôthē ho hyios tou Theou, hina lysē, ta erga tou diabolou.
Letteralmente: «per questo si è manifestato il Figlio di Dio, per sciogliere le
opere del diavolo».
L’incarnazione è vista nel linguaggio
giovanneo come «epifania» dell’amore del Padre, una «epifania» finalizzata a
«sciogliere» la tessitura della tela diabolica, a svelare le trame di pensiero e
di azione di Satana. L’anticipazione di eis touto, «per questo», rispetto al
verbo sottolinea il senso ultimo della missione del Verbo fattosi carne.
Il verbo lyein, «sciogliere» è
adoperato spesso da Gesù in riferimento alla liberazione degli uomini sottomessi
al giogo del peccato: «ma questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto legata
per diciotto anni, non bisognava che venisse sciolta questa catena?» (Lc 13,
16). Lo «sciogliere», svelare le trame del maligno equivale contemporaneamente a
«cacciarlo» dal cuore degli uomini instaurando il Regno di Dio: «ma se con lo
Spirito di Dio io getto fuori da (loro spazio di potere, ekballein) i demoni,
dunque si è avvicinato (phthanenin) a voi il Regno di Dio» (Mt 12, 28).
Gesù nel parlare della sua
glorificazione, «esaltazione» nell’«ora» della crocifissione, annuncia la
«cacciata fuori» (exballein exô) del «principe di questo mondo» e la croce come
il momento del giudizio escatologico (krisis) sul mondo governato da Satana (Gv
12,31). Durante il suo discorso di addio, parla del «giudizio» ormai compiutosi
sul «principe di questo mondo»: ho archôn tou kosmou toutou kekritai (Gv 16,11).
Il perfetto del verbo krinein, qualifica la vittoria di Cristo, costituito
giudice universale nel momento della sua massima umiliazione.
Tutta la sua vita pubblica è stato un
proclamare continuo l’amore del Padre, «scacciando» i demoni: «Andate a dire a
quella volte: ecco, io scaccio (ekballein) gli spiriti maligni e compio
guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno raggiungerò la mia meta» (Lc 13,
11-17). Questa sconfitta è totale, giacché come attesta Lc 11, 21-22, Cristo il
«più forte» (ischyroteros) ha vinto (nikētē, da nikan) il «forte» (ischyros),
gli ha tolto (airein) l’«armatura completa» (panoplia), che rappresentava la sua
fiducia e la sua sicurezza (eph’hē, epepoithei), sottraendogli e «spartendo la
preda» (skyla), come lo stesso demonio riconosce attraverso gli indemoniati:
«Sei venuto a distruggerci? (apolesai, da apollymi, «annientare, perdere,
svanire, morire, andare perduto»)». Su Gesù e sulla sua missione infatti il
principe di questo mondo «non ha niente (ouk echei ouden)» (Gv 14,30), nessuna
possibilità di interferire.
In Marco è il primo dei compiti
affidati ai discepoli al momento della loro elezione: «ne fece (epoiēsen)
dodici», per renderli apostoli del suo kerigma, per «avere autorità (ecousia) di
scacciare (exballein) i demoni» (3, 14-15). Lo stesso tema è sviluppato in Mc 6
dove, parlando della missione dei dodici, abbiamo il medesimo vocabolario: diede
«il potere (exousian)» sugli spiriti impuri (tôn pneumatôn tôn akathartôn)
potere da loro effettivamente esercitato: «e molti demoni uscivano (exeballon)»
(Mc 6,13). Stesso contenuto nei brani di Mt 10, 1 e Lc 10, 7-8. Si tratta di un
«potere su tutti i demoni (exousian epi panta ta daimonia)», come attestano i
settantadue al loro ritorno dalla missione (Lc 10, 17-20): i demoni si
sottomettevano (hypotassein) a loro «nel tuo nome», all’invocazione della sua
autorità di Figlio di Dio. E Gesù conferma questo dato aggiungendo: «Contemplavo
Satana come un lampo (astrapēn) che dal cielo cade».
La caduta di Satana dal cielo «come
un lampo» è l’immagine di una sconfitta repentina e inevitabile per effetto
dell’instaurazione del Regno di Dio in Cristo e per l’azione dei suoi discepoli.
Cristo ha dato loro l’«autorità (exousia)» non solo di camminare, ma di
«calpestare/incedere vittoriosamente (patein) sopra i serpenti e gli scorpioni,
e su tutta la potenza (dynamis) del nemico», rassicurandoli, come se ciò non
bastasse, che «niente voi assolutamente vi ledeà/farà torto (adikēsē, da
adikein)». Da notare in quest’ultima espressione l’enfasi sulla negazione
assoluta di qualsiasi danno: il pronome negativo ouden, «niente» e la doppia
negazione ou mē, «assolutamente no». Tale potere di scacciare i demoni è dato da
Gesù a tutti i credenti: «E questi saranno i segni che accompagneranno quelli
che credono: nel mio nome scacceranno (exebalousin da ekballein) i demoni» (Mc
16,17).
Il libro degli Atti più volte
riprende questo insegnamento. Si può leggere il sommario riguardante l’attività
degli apostoli di 5, 16: «Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme
accorreva, portando malati e quanti si agitavano/tormentati (ochlomenos da
ochleisthai) da spiriti immondi e tutti venivano guariti». Pietro nell’incontro
con Cornelio afferma di Gesù: «Passò facendo del bene e guarendo tutti quelli
che erano trattati brutalmente/oppressi (katadynasteuomenous da katadynasteuein)
dal diavolo» (At 10,38). Numerosi sono ancora gli episodi degli Atti che vedono
protagonista Paolo. Nell’episodio della giovane schiava posseduta da uno spirito
di divinazione l’apostolo intima a Satana: «In nome di Gesù Cristo ti ordino
(parangellô da parangellein) di andare via (exelthein da exerchesthai) da lei».
E lo spirito andò via (exēlthen) in quello stesso momento (autē, hôra) (At 16,
16-18).
Il quadro riassuntivo di At 19, 11-12
«Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si
mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con
lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi venivano fuori
(ekporeuesthai)». L’apologia di Paolo davanti al re Agrippa, nella quale
riferisce la missione che il Signore gli aveva affidato: «Ti mando ai pagani per
aprire loro gli occhi perché si convertano dalle tenebre alla luce, dal potere
(exousias) di Satana a Dio» (At 26, 17-18). Da ultimo citiamo l’azione del
diacono Filippo: «Da molti indemoniati uscivano (exērchonto) spiriti immondi,
emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. E vi fu grande
gioia in quella città» (At 8, 5-7).
Ma il potere più grande del credente
è quello di non lasciarsi sedurre dal maligno e fare la volontà di Dio: «Non
chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa
la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno:
Signore, Signore, non abbiamo profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo
nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho
mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7, 21-23).
Di qui l’invito di Paolo a lottare per la fedeltà a Cristo rivestiti
dell’«armatura completa (panoplia) di Dio per essere in grado di stare saldi di
fronte alle perfide macchinazioni (methodeia) del diavolo» (Ef 6,11).
L’effetto e la riprova della vittoria
di Cristo su Satana e dell’avvento del Regno di Dio è la gioia del seguace di
Cristo liberato dal giogo antico, che è il senso della parola
«vangelo».
Carlo Di Pietro
(M.S.M.A.)
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lunedì 12 marzo 2012
La spiritualità della Via Crucis
La Via Crucis nel corso dei secoli è divenuta una tappa di preghiera fissa specialmente nei Venerdì di Quaresima. Nella spiritualità cattolica il tema della via o cammino è di grande rilevanza. Basti pensare solo al tema del pellegrinaggio ai vari santuari locali o a Roma oppure in Terra Santa. Tutta ciò è profondamente biblico; infatti, nella Sacra Scrittura, Dio ha attirato e svelato il suo piano di salvezza sulla traccia di un cammino che parte dall'uscita dei progenitori dall'Eden alla cui soglia, Dio pone un Cherubino con una spada fiammeggiante. A questo primo cammino si associa il cammino dei patriarchi con a capo Abramo che parte da Ur dei Caldei verso la terra promessa. Il tempo per la mentalità ebraica è lineare, va verso la terra della promessa. Il padre gesuita Antonio Spadaro, attuale direttore della rivista “ Civiltà Cattolica”, in un suo libro di qualche anno fa: "Tracce profonde. II viaggio tra il reale e 1'immaginario", così scrive acutamente: "L'avvio di questo futuro nella ...
... costituzione di un nuovo popolo, popolo dell'alleanza, diviene contenuto di fondo di un ulteriore cammino, quello dell'esodo, che è cammino di liberazione. A sua volta la costituzione del popolo dell'alleanza avvia Israele a un'ulteriore meta: la Terra Promessa. Da questo momento, però, e in vista di tale meta, il cammino geografico d'Israele diviene inscindibile da un altro cammino, che gli condiziona il raggiungimento stesso del suo fine: il cammino della Legge.
Saranno i profeti a sottolineare la continuità tra il cammino dell'Esodo e quello della Legge, cioè della fedeltà totale a Dio.
Il cammino del sapiente, poi, intonando la sua vita can lui, prolunga nella sua via di sapienza quella che fu la classica via della sua storia di salvezza.
L'esperienza del cammino che il popolo d'Israele ha realizzato, vista alla luce di Dio che lo ha guidato, si trasforma in autentica esperienza religiosa. E, d'altra parte, l'esperienza religiosa profonda viene vista e interpretata dai popolo come “cammino”. L'uomo è chiamato a un cammino di liberazione verso una Terra Promessa".
Il Cristianesimo proietta l'uomo, pellegrino nel mondo, verso una dimensione ulteriore. Santa Teresa d'Avila descrive la vita come "viaggio divino".
Nella lettera agli Ebrei i padri e le madri del popolo di Dio sono definiti: "stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensata a quello da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano ad una vita migliore, cioè quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città" (Eb. 11, 13-1b).
Si conservano testimonianze risalenti al V secolo di pellegrini cristiani che si recavano a Gerusalemme a visitare i luoghi santi ove Gesù aveva trascorso gli ultimi eventi della sua vita terrena.
Molti pellegrini, ritornando dalla Terra Santa, incaricavano qualche pittore o scultore di raffigurare episodi della Passione, per tenerne viva la memoria. Da qui dovette avere inizio quella pratica di pietà, conosciuta come Via Crucis, che consiste nella meditazione di alcuni episodi della Passione di Gesù al Calvario.
Questa antica devozione ricevette un nuovo impulso all'epoca delle crociate, fra il XII e il XIV secolo, quando fu possibile ricostruire can una certa verosimiglianza l'itinerario compiuto da Gesù attraverso le strade della città santa.
In origine la Via Crucis non era regolata da norme fisse, in quanto apparteneva alla sfera della devozione privata. Solo intorno alla metà del XV secolo, nell'arte popolare della Germania meridionale, cominciarono ad apparire le prime raffigurazioni cicliche della Passione presentate in maniera omogenea e in numero di 7 stazioni.
Ma fu solo nel 1700 che l'autorità ecclesiastica fissò in 14 il numero delle stazioni e stabilì gli episodi da raffigurare.
Ad ogni stazione corrispondono vari episodi della passione, alcuni desunti dal Vangelo, altri verosimilmente accaduti e tramandati dalla tradizione, come le cadute sotto il peso della croce e gli incontri con la madre e la Veronica.
La Via Crucis divenne una tappa di preghiera fissa specialmente nei Venerdì di Quaresima.
Nel frattempo, lungo i secoli, venivano inventate altre "Vie", ad esempio la Via Lucis che, fatta specialmente nel tempo pasquale, fa rivivere in profondità attraverso 14 stazioni la Risurrezione di Cristo, oppure la Via Pacis che, fatta specialmente in tempo di Avvento e di Natale attraverso 14 stazioni ci fa rivivere l'itinerario della Santa famiglia di Nazareth: le prime sei stazioni sono di attesa che Gesù nasca; la settima e l'ottava sono dedicate alla nascita di Gesù in se stessa; le ultime sei stazioni offrono l'effetto benefico che questa nascita provoca.
Per una sana devozione cattolica agli angeli può essere utile anche la Via Angelica, scritta dal sottoscritto ed edita in Italia dalla Gribaudi ed in Francia dalle Editions Benedectines.
Don Marcello Stanzion
Facciamo chiarezza sul maleficio: uso dell'acqua benedetta dell'olio e del sale esorcizzati
Da:http://www.miliziadisanmichelearcangelo.org
“Il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo… Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana!”, leggiamo chiaramente nel Vangelo. Sul diavolo e sulla lotta che i santi hanno dovuto ingaggiare contro di lui è uscito recentemente il libro “ I santi e il demonio” edito dalla Sugarco che ho scritto insieme al giornalista Carlo Di Pietro e che sta avendo un buon successo nelle librerie. Il diavolo esiste. La Sacra Scrittura parla di lui dal primo all’ultimo dei Libri rivelati, dalla Genesi all’Apocalisse. Nella parabola della zizzania il Signore afferma che la cattiva semente, il cui scopo è soffocare il grano, è stata seminata dal “nemico”. Nella parabola del seminatore “viene il maligno e ruba ciò che stato seminato”. Alcuni, con ottimismo superficiale, pensano che il male sia una mera imperfezione accidentale in un mondo che si evolve di continuo verso giorni migliori. Tuttavia la storia dell’uomo ha subito l’influenza del diavolo. Ai nostri giorni vi sono segni di profonda malizia che il solo agire umano non ...
... basta a spiegare. Il demonio, in vario modo, causa stragi nell’umanità è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno”. Pertanto “l’azione di satana certamente causa molti danni – di natura spirituale e indirettamente di natura anche fisica – ai singoli e alla società”.
L’operato del demonio è misterioso, reale ed efficace. Fin dai primi secoli i cristiani si resero conto di tale attività diabolica.
San Pietro così avvertiva i primi cristiani : “Siate temperanti, vigilanti. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede”.
Con la venuta di Gesù Cristo il dominio del diavolo è stato spezzato poiché Egli ci ha liberati dal potere di satana. In virtù dell’opera redentrice di Cristo il demonio può causare vero danno solo a coloro che liberamente lo permettono, consentendo al male e allontanandosi da Dio. Il Signore si manifesta in molti passi del Vangelo come vincitore del demonio, liberando molti dalla possessione diabolica. La nostra fiducia è riposta in Gesù ed Egli non permetterà che siano tentati oltre le nostre forze.
Ma il demonio dell’uomo, affinché trasgredisca il precetto di Dio, e accecare a poco a poco i cuori di quelli che lo ascoltano, affinché si dimentichino del vero Dio e adorino lui come Dio. E questo, sempre. In mille modi diversi.
Il Signore, però, ci ha dato i mezzi per vincere in tutte le tentazione: nessuno pecca per necessità.
Consideriamo a fondo, in questa Quaresima, che cosa ciò significhi. Inoltre, per liberarci dall’influsso diabolico, Dio ha anche messo accanto a noi un Angelo, che ci aiuti e ci protegga. “Ricorri al tuo Angelo Custode nell’ora della prova: egli ti proteggerà contro il demonio e ti porterà sante ispirazioni.
Il demonio è un essere personale, reale e concreto, di natura spirituale e invisibile. A causa del suo peccato si è allontanato da Dio per sempre, “perché il diavolo e gli altri demoni furono creati da Dio naturalmente buoni; ma essi, da sé stessi si fecero cattivi. E’ il “padre della menzogna”, del peccato, della discordia, della disgrazia, dell’odio e di quanto c’è di cattivo e assurdo in terra. E’ il serpente astuto e invidioso che porta la morte al mondo, il nemico che semina il male nel cuore dell’uomo, l’unico che dobbiamo temere se non siamo vicini a Dio.
Il suo unico scopo nel mondo, al quale non ha rinunciato, è la nostra perdizione. E ogni giorno tenterà di perseguire questo scopo attraverso tutti i mezzi a sua disposizione. “Questa caduta”, che presenta il carattere di rifiuto di Dio con la conseguente stato di “dannazione”, consiste nella libera scelta di quegli spiriti creati, che hanno radicalmente e irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo regno, usurpando i suoi diritti sovrani e tentando di sovvertire l’economia della salvezza e lo stesso ordinamento dell’intero creato.
Un riflesso di questo atteggiamento lo si trova nelle parole del tentatore ai progenitori : “Diventerete come Dio” o “come dei”. Così lo spirito maligno tenta di trapiantare nell’uomo l’atteggiamento di relatività, di insubordinazione e di opposizione a Dio, che è diventato quasi la motivazione di tutta la sua esistenza”.
Il demonio è la prima causa del male, dei turbamenti e delle spaccature che si verificano nelle famiglie e nella società. “Supponete, per esempio”, dice il cardinale Newman, “che sulle strade di una popolosa città cada improvvisamente l’oscurità; potete immaginare, senza che ve lo descriva, il rumore e il tumulto che si verificherebbero. Passanti, carrozze, carretti, cavalli, tutti nel caos. Così è la situazione del mondo. Lo spirito maligno che agisce sui figli dell’incredulità, il dio di questo mondo, come dice san Paolo, ha reso ciechi coloro che non credono, che si trovano così costretti a litigare e discutere perché hanno smarrito la strada; e discutono uno contro l’altro, dicendo uno una cosa, l’altro un’altra, perché non vedono”.
Il demonio, quando tenta, usa l’inganno: infatti non può che proporre falsi beni e una felicità fittizia che si muta poi sempre in solitudine e amarezza.
Al di fuori di Dio non esistono, né possono esistere, il bene e la felicità veri. Fuori di Dio ci sono solo l’oscurità, il vuoto e la tristezza più grandi. Il potere del demonio è, però, limitato: anch’esso è sotto il dominio e la sovranità di Dio, che è l’unico Signore dell’universo.
Il demonio non può penetrare nella nostra intimità se noi non vogliamo (e neppure l’angelo). “E’ certo che gli spiriti immondi possono conoscere la natura dei nostri pensieri, ma al di fuori, attraverso congetture che si fondano su segni sensibili, come possono essere le nostre disposizioni, le parole che diciamo, le occupazioni alle quali ci vedono più inclinati. Non possono però conoscere quei pensieri che non sono ancora usciti dal segreto delle nostre anime. L’accoglienza d’accettazione o di ripulsa che noi riserviamo agli stessi pensieri che essi ci suggeriscono, non la conoscono nell’essenza dell’anima nostra; la conoscono invece attraverso i movimenti dell’uomo esteriore e attraverso gli indizi che lasciamo scorgere”.
Il demonio non può violentare la nostra libertà per inclinarla al male.
“E’ chiaro dunque che nessuno può essere ingannato dal demonio, se prima non gli ha voluto dare il consenso della sua volontà”.
Il santo Curato d’Ars dice che “il demonio è un grosso cane incatenato che importuna, che fa molto rumore ma che morde solo coloro ch gli si avvicinano troppo”.
Per questo l’anima che deve vincerne la forza non potrà fare senza ricorre alle preghiere, come del resto non potrà intenderne gli inganni senza umiltà e mortificazione”.
La vita di Gesù è stata riassunta negli Atti degli Apostoli con queste parole: “Passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo”. E san Giovanni, parlando del motivo dell’Incarnazione, spiega: “Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo”.
Cristo è il vero vincitore del demonio: “Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”, dirà Gesù nell’Ultima Cena, poche ore prima della Passione. Dio “decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana, inviando il suo Figlio a noi con un corpo simile al nostro, per sottrarre a suo mezzo gli uomini dal potere delle tenebre e del demonio”.
Il demonio, però, continua a detenere un certo potere sul mondo, nella misura in cui gli uomini rifiutano i frutti della Redenzione. Ha potere su coloro che, in un modo o nell’altro, si donano volontariamente a lui, preferendo il regno delle tenebre al regno della grazia.
Per questo non dobbiamo meravigliarci nell’assistere, in tante circostanze, al fatto che il male trionfi nel mondo, e che la giustizia venga lesa. Ci deve dare molta fiducia la consapevolezza che il Signore ci ha lasciato molti mezzi per vincere e per vivere nel mondo con la pace e l’allegria di un buon cristiano. Fra tali mezzi ci sono: l’orazione, la mortificazione, l’accostarsi con frequenza all’Eucarestia e alla Confessione, e la devozione alla Vergine: insieme alla Madonna siamo sempre al sicuro.
Anche l’uso dell’acqua benedetta è un’efficace protezione contro l’influsso del diavolo: “Mi chiedi perché ti raccomando sempre, con tanto impegno, l’uso quotidiano dell’acqua benedetta. – Potrei darti molte ragioni. Ti basterà sicuramente questa della Santa di Avila: “Da nulla fuggono i demoni, e per non far ritorno, più che dell’acqua benedetta”.
Giovanni Paolo II ci esortava a pregare più coscienti di quello che diciamo nell’ultima petizione del Padre nostro: “Fa che non soccombiamo alla tentazione, liberaci dal Male, dal Maligno. Fa, o Signore, che non cadiamo nell’infedeltà a cui ci seduce colui che è stato infedele fin dall’inizio”. In questi giorni di Quaresima ci accompagneremo a essere sempre più fedeli a ciò che Dio ci chiede: ciò comproverà che al “Non serviam” del demonio vogliamo contrapporre il nostro personale “Serviam”: ti servirò, Signore.
Don Marcello Stanzione
In Quaresima non dimentichiamo l'esistenza e l'attività del demonio
Da:http://www.miliziadisanmichelearcangelo.org
Il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo… Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana!”,
leggiamo chiaramente nel Vangelo. Sul diavolo e sulla lotta che i santi hanno dovuto ingaggiare contro di lui è uscito recentemente il libro “ I santi e il demonio” edito dalla Sugarco che ho scritto insieme al giornalista Carlo Di Pietro e che sta avendo un buon successo nelle librerie. Il diavolo esiste. La Sacra Scrittura parla di lui dal primo all’ultimo dei Libri rivelati, dalla Genesi all’Apocalisse. Nella parabola della zizzania il Signore afferma che la cattiva semente, il cui scopo è soffocare il grano, è stata seminata dal “nemico”. Nella parabola del seminatore “viene il maligno e ruba ciò che stato seminato”. Alcuni, con ottimismo superficiale, pensano che il male sia una mera imperfezione accidentale in un mondo che si evolve di continuo verso giorni migliori. Tuttavia la storia dell’uomo ha subito l’influenza del diavolo. Ai nostri giorni vi sono segni di profonda malizia che il solo agire umano non ...
... basta a spiegare. Il demonio, in vario modo, causa stragi nell’umanità è pervasa da una
lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno”. Pertanto “l’azione di satana certamente causa molti danni – di natura spirituale e indirettamente di natura anche fisica – ai singoli e alla società”.
L’operato del demonio è misterioso, reale ed efficace. Fin dai primi secoli i cristiani si resero
conto di tale attività diabolica.
San Pietro così avvertiva i primi cristiani : “Siate temperanti, vigilanti. Il vostro nemico, il
diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede”.
Con la venuta di Gesù Cristo il dominio del diavolo è stato spezzato poiché Egli ci ha
liberati dal potere di satana. In virtù dell’opera redentrice di Cristo il demonio può causare vero danno solo a coloro che liberamente lo permettono, consentendo al male e allontanandosi da Dio. Il Signore si manifesta in molti passi del Vangelo come vincitore ùdel demonio, liberando molti dalla possessione diabolica. La nostra fiducia è riposta in Gesù ed Egli non permetterà che siano tentati oltre le nostre forze.
Ma il demonio dell’uomo, affinché trasgredisca il precetto di Dio, e accecare a poco a poco i
cuori di quelli che lo ascoltano, affinché si dimentichino del vero Dio e adorino lui come Dio. E questo, sempre. In mille modi diversi.
Il Signore, però, ci ha dato i mezzi per vincere in tutte le tentazione: nessuno pecca
per necessità.
Consideriamo a fondo, in questa Quaresima, che cosa ciò significhi. Inoltre, per liberarci
dall’influsso diabolico, Dio ha anche messo accanto a noi un Angelo, che ci aiuti e ci protegga. “Ricorri al tuo Angelo Custode nell’ora della prova: egli ti proteggerà contro il demonio e ti porterà sante ispirazioni.
Il demonio è un essere personale, reale e concreto, di natura spirituale e invisibile. A causa
del suo peccato si è allontanato da Dio per sempre, “perché il diavolo e gli altri demoni furono creati da Dio naturalmente buoni; ma essi, da sé stessi si fecero cattivi. E’ il “padre della menzogna”, del peccato, della discordia, della disgrazia, dell’odio e di quanto c’è di cattivo e assurdo in terra. E’ il serpente astuto e invidioso che porta la morte al mondo, il nemico che semina il male nel cuore dell’uomo, l’unico che dobbiamo temere se non siamo vicini a Dio.
Il suo unico scopo nel mondo, al quale non ha rinunciato, è la nostra perdizione.
E ogni giorno tenterà di perseguire questo scopo attraverso tutti i mezzi a sua disposizione. “Questa caduta”, che presenta il carattere di rifiuto di Dio con la conseguente stato di “dannazione”, consiste nella libera scelta di quegli spiriti creati, che hanno radicalmente e irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo regno, usurpando i suoi diritti sovrani e tentando di sovvertire l’economia della salvezza e lo stesso ordinamento dell’intero creato.
Un riflesso di questo atteggiamento lo si trova nelle parole del tentatore ai progenitori :
“Diventerete come Dio” o “come dei”. Così lo spirito maligno tenta di trapiantare nell’uomo l’atteggiamento di relatività, di insubordinazione e di opposizione a Dio, che è diventato quasi la motivazione di tutta la sua esistenza”.
Il demonio è la prima causa del male, dei turbamenti e delle spaccature che si verificano
nelle famiglie e nella società. “Supponete, per esempio”, dice il cardinale Newman, “che sulle strade di una popolosa città cada improvvisamente l’oscurità; potete immaginare, senza che ve lo descriva, il rumore e il tumulto che si verificherebbero. Passanti, carrozze, carretti, cavalli, tutti nel caos. Così è la situazione del mondo. Lo spirito maligno che agisce sui figli dell’incredulità, il dio di questo mondo, come dice san Paolo, ha reso ciechi coloro che non credono, che si trovano così costretti a litigare e discutere perché hanno smarrito la strada; e discutono uno contro l’altro, dicendo uno una cosa, l’altro un’altra, perché non vedono”.
Il demonio, quando tenta, usa l’inganno: infatti non può che proporre falsi beni e una felicità
fittizia che si muta poi sempre in solitudine e amarezza.
Al di fuori di Dio non esistono, né possono esistere, il bene e la felicità veri.
Fuori di Dio ci sono solo l’oscurità, il vuoto e la tristezza più grandi. Il potere del demonio è, però, limitato: anch’esso è sotto il dominio e la sovranità di Dio, che è l’unico Signore dell’universo.
Il demonio non può penetrare nella nostra intimità se noi non vogliamo (e neppure l’angelo).
“E’ certo che gli spiriti immondi possono conoscere la natura dei nostri pensieri, ma al di fuori, attraverso congetture che si fondano su segni sensibili, come possono essere le ùnostre disposizioni, le parole che diciamo, le occupazioni alle quali ci vedono più inclinati. Non possono però conoscere quei pensieri che non sono ancora usciti dal segreto delle nostre anime. L’accoglienza d’accettazione o di ripulsa che noi riserviamo agli stessi pensieri che essi ci suggeriscono, non la conoscono nell’essenza dell’anima nostra; la conoscono invece attraverso i movimenti dell’uomo esteriore e attraverso gli indizi che lasciamo scorgere”.
Il demonio non può violentare la nostra libertà per inclinarla al male.
“E’ chiaro dunque che nessuno può essere ingannato dal demonio, se prima non gli ha
voluto dare il consenso della sua volontà”.
Il santo Curato d’Ars dice che “il demonio è un grosso cane incatenato che importuna,
che fa molto rumore ma che morde solo coloro ch gli si avvicinano troppo”.
Per questo l’anima che deve vincerne la forza non potrà fare senza ricorre alle preghiere,
come del resto non potrà intenderne gli inganni senza umiltà e mortificazione”.
La vita di Gesù è stata riassunta negli Atti degli Apostoli con queste parole:
“Passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo”. E san Giovanni, parlando del motivo dell’Incarnazione, spiega: “Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo”.
Cristo è il vero vincitore del demonio: “Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”,
dirà Gesù nell’Ultima Cena, poche ore prima della Passione. Dio “decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana, inviando il suo Figlio a noi con un corpo simile al nostro, per sottrarre a suo mezzo gli uomini dal potere delle tenebre e del demonio”.
Il demonio, però, continua a detenere un certo potere sul mondo, nella misura in cui gli
uomini rifiutano i frutti della Redenzione. Ha potere su coloro che, in un modo o nell’altro, si donano volontariamente a lui, preferendo il regno delle tenebre al regno della grazia.
Per questo non dobbiamo meravigliarci nell’assistere, in tante circostanze, al fatto che il
male trionfi nel mondo, e che la giustizia venga lesa. Ci deve dare molta fiducia la consapevolezza che il Signore ci ha lasciato molti mezzi per vincere e per vivere nel mondo con la pace e l’allegria di un buon cristiano. Fra tali mezzi ci sono: l’orazione, la mortificazione, l’accostarsi con frequenza all’Eucarestia e alla Confessione, e la devozione alla Vergine: insieme alla Madonna siamo sempre al sicuro.
Anche l’uso dell’acqua benedetta è un’efficace protezione contro l’influsso del diavolo:
“Mi chiedi perché ti raccomando sempre, con tanto impegno, l’uso quotidiano dell’acqua benedetta. – Potrei darti molte ragioni. Ti basterà sicuramente questa della Santa di Avila: “Da nulla fuggono i demoni, e per non far ritorno, più che dell’acqua benedetta”.
Giovanni Paolo II ci esortava a pregare più coscienti di quello che diciamo nell’ultima
petizione del Padre nostro: “Fa che non soccombiamo alla tentazione, liberaci dal Male, dal Maligno. Fa, o Signore, che non cadiamo nell’infedeltà a cui ci seduce colui che è stato infedele fin dall’inizio”. In questi giorni di Quaresima ci accompagneremo a essere sempre più fedeli a ciò che Dio ci chiede: ciò comproverà che al “Non serviam” del demonio vogliamo contrapporre il nostro personale “Serviam”: ti servirò, Signore.
Don Marcello Stanzione
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San Michele: L'Angelo dell’incenso
Da:www.miliziadisanmichelearcangelo.org
Chi sia stato una volta a Gerusalemme ricorderà certamente le botteghe lungo la strada che porta alla basilica del Santo Sepolcro fuori delle quali si vedono sacchi di grandi incenso. I grani sono colorati a seconda del particolare aroma dell’incenso e il venditore invita ad “assaggiarli”, in senso letterale, ossia morderli leggermente per avvertire questo aroma al gusto prima che all’olfatto. Si resta un po’ stupiti da questo invito, perché non conosciamo tanti tipi di incenso. Nel rito latino, a differenza dei riti orientali dove compare sempre e con grande abbondanza, esso non trova un impiego diffuso e, in genere, anche quando lo si usa, ci si limita a pochi grani, tanto che spesso e purtroppo si “vede” salire il fumo, ma non sempre se ne avverte il profumo. Come tutti gli altri elementi simbolici legati al culto, anche l’incenso è legato a qualcosa di percepibile per rimandare ad altro; ma mentre per l’acqua o il pane o il vino questo significato “altro” è abbastanza immediato, per l’incenso, ...
... come avviene per l’olio, è necessario un piccolo lavoro interpretativo. L’incenso non è un elemento che entri normalmente nella nostra vita quotidiana e ha il carattere del superfluo. Si potrebbe vivere anche senza di esso, mentre non si può vivere senza pane o comunque senza cibo. Dice perciò, oggi e prima di tutto, il carattere del tutto gratuito dei nostri atti di culto. E’ un “di più” che significa il nostro modo di celebrare e di stare gratuitamente di fronte a Dio.
Nel mondo antico invece l’incenso aveva un grande uso quotidiano. Si pensava che avesse potere terapeutico e purificasse l’arie, oltre a renderla gradevole all’olfatto e quindi, nei riti, predisponesse all’incontro con la divinità.
La terra d’Israele, poi, era attraversata da quella che potemmo chiamare una “via dell’incenso”, ossia da piste carovaniere che collegando l’Arabia alla Siria ne consentivano il commercio. L’incenso infatti è una miscela di resine gommose che stillano sotto forma di gocce dalle incisioni che vengono praticate sulle piante che le producono e che crescono in Asia e in Africa. Esse solidificano al contatto con l’aria e vengono in seguito lavorate. Nelle Scritture ebraiche il suo uso è ampiamente attestato da parte dell’antico Israele.
Anzitutto compare quello quotidiano in testi in cui si riconosce un influsso egiziano (Pr 7,17 e 27,9; Ct 3,6) o comunque provenienti dalla corte e dalla società alta (Sal 45,9). Nel giudaismo più tardo se ne conosce l’uso alla fine del pranzo, insieme a quello dell’olio profumato per gli ospiti (cf. Lc 7,46).
Per quanto riguarda il culto, mentre è molto utilizzato in Egitto e nell’area mesopotamica, nelle Scritture compare solo tardivamente, anche se nel santuario è previsto un altare apposito per la sua offerta (Es 30,34-38) a sottolinearne l’importanza.
La Misna (II sec. D.C.) in cui troviamo le testimonianze della vita ebraica al tempo di Gesù, ci dà la complicata ricetta in cui entrano molti ingredienti, così come ci riferisce l’enorme quantità di incenso adoperato nel tempio di Gerusalemme in apposite padelle con riti molto complessi. In particolare l’offerta dell’incenso accompagnava il tamid, ossia l’olocausto “perpetuo”, offerto ogni giorno, mattina e sera, dal sacerdote di turno della sua classe (cf. LC 1,8ss.) effettuata la quale egli impartiva al popolo la benedizione (Nm 6,24-26) che, come sappiamo, Zaccaria non riuscì a pronunciare.
Forse perché sacrificio “perpetuo”, l’incenso diventa la metafora della preghiera (Sal 141,2) che sale a Dio come nostro sacrificio quotidiano e costante, e che ognuno di noi realizza particolarmente con la recita dei salmi nella Liturgia delle Ore.
Veniamo ora all’incensazione fatta per l’intercessione di S. Michele.
Il sacerdote, all’inizio della Liturgia Eucarestia, messo l’incenso nel turibolo, lo benedice e poi incensa tutto l’altare, in onore del Signore.
L’incenso viene benedetto, nella Messa in forma extraordinaria o Messa di san Pio V, con la preghiera: “Per intercessionem beati Michaelis Archangeli, stantis a destri altaris incensi, et omniu electorum suorum, incensum istud dignetur Dominud benedicere, et in oderem suavitatis accipere “ (Per intercessione di S. Michele arcangelo, che sta alla destra dell’altare dell’incenso, e di tutti i suoi santi, il Signore voglia benedire questo incenso e accoglierlo come profumo a Lui gradito).
Questa benedizione è più solenne della prima, nella quale si dice “Ab illo benedicaris, in cuius cremaberis” (Ti benedica Colui in onore del quale sarai bruciato). Qui sono invocati gli angeli perché il mistero dell’incenso non rappresenta altro che la preghiera dei santi presentata a Dio dagli angeli, come dice San Giovanni nell’Apocalisse (8,4): “Est ascendit fumus incenso rum de orationibus sanctorum de manu angeli coram Deo” (E dalla mano dell’Angelo il fumo degli aromi ascende con la preghiera dei santi davanti a Dio).
Ancor prima, cime spiega Prosper Guéranger, “siccome il pane e il vino che ha offerti hanno cessato dì’appartenere all’ordine delle cose comuni e usuali , [il sacerdote] li profuma con l’incenso, come fa per Cristo stesso, rappresentato dall’altare”.
Belle le parole che accompagnano l’incensazione prima in forma di triplice croce e poi di triplice cerchio sul pane e del calice: “Incensum istud a Te benedictum ascendat ad Te Domine et discenda super nod misericordia tua” (Ascenda a te, Signore, questo incenso da Te benedetto e discenda su di noi la tua misericordia).
E’ tutto il senso della, liturgia, che ascende a gloria della presenza divina e discende per la nostra salvezza- in latino, salvare vuol dire conservare – affinché siamo completamente noi stessi e possiamo vivere in eterno con Dio.
Il sacerdote si inchina “in spirito di umiltà e con animo contrito” affinché il sacrificio si compia alla presenza di Dio in modo da essere gradito; poi invoca lo Spirito sulle offerte.
Il sacerdote, rendendo il turibolo al diacono, gli rivolge un augurio che fa ugualmente a sé medesimo, dicendo: “ Accendat in nobis Dominus ignem sui amoris, et fiammam aeternae caritatis” (Il Signore accenda in noi il fuoco del suo amore e la fiamma dell’eterna carità).
Il diacono, ricevendo il turibolo, bacia la mano del sacerdote e poi la parte superiore delle catene, invertendo l’ordine delle azioni che aveva compiuto presentandoglielo. Tutti questi usi sono orientali e la liturgia cattolica li conserva perché sono dimostrazioni di rispetto e riverenza. Dunque, la Chiesa non ha escluso gli aromi dai suoi riti, anzi usa il balsamo per preparare il Crisma.
L’incensazione simboleggia il sacrificio perfetto dei santi doni del pane e del vino, cioè Gesù Cristo, a cui sono unite le nostre persone in sacrificio spirituale, emananti profumo soave che sale al cielo (cf. Gen 8,21; Ef 5,2); così sono le preghiere dei santi (Ap 5,8) e le virtù dei cristiani (2 Cor 2,15). Sarebbe molto opportuno che nelle nostre liturgie cattoliche si riprendesse non solo l’uso dell’incenso che in tantissime parrocchie è stato completamente abolito, addirittura non si usa neppure più alla fine del funerale per incensare la salma… ma anche al termine della Messa riprendere di nuovo la preghiera finale a san Michele Arcangelo che il papa Giovanni Paolo II ha invitato a fare pur non essendo purtroppo più obbligatoria come una volta.
Don Marcello Stanzione
venerdì 9 marzo 2012
L'osservatorio critico: Presunte rivelazioni sul destino dell'umanita che ...
L'osservatorio critico: Presunte rivelazioni sul destino dell'umanita che ...: “L’ora dei castighi è vicina … La vostra epoca sarà testimone di un terribile castigo. … Uragani di fuoco saranno scagliati dalle nuvole...
mercoledì 7 marzo 2012
LA STORIA DELL'ABUSO DELLA COMUNIONE SULLA MANO
Da blog di Michel Upmann
LA STORIA DELLA COMUNIONE SULLA MANO
Cronistoria di un abuso liturgico filo-protestante: ecco come il nuovo modo della Comunione nelle mani si fece largo nella Chiesa
intervista a Don Marcello Stanzione, Presidente dell’Associazione ‘Milizia di San Michele Arcangelo’
Città del Vaticano - Nel XVI secolo, i riformatori protestanti, nel loro nuovo culto cristiano, ristabilirono la Comunione sulla mano per affermare due loro eresie fondamentali: non esisteva affatto la cosiddetta ‘transustanziazione’ e il pane usato era pane comune.
In altre parole, sostenevano che la reale presenza di Cristo nell’Eucarestia fosse solo una superstizione papista ed il pane fosse solo semplice pane e chiunque lo potesse maneggiare. Inoltre, affermarono che il ministro della Comunione non fosse affatto Diverso, nella sua natura, dai laici. É invece insegnamento cattolico che il Sacramento dell’Ordine Sacro dona all’uomo un potere spirituale, sacramentale, imprime cioè un segno indelebile nella sua anima e lo rende sostanzialmente diverso dai laici.
Al contrario, il ministro protestante è un uomo comune che guida gli inni, fa sermoni per sostenere le convinzioni dei credenti. Egli non può trasformare il pane ed il vino nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signore, non può benedire, non può perdonare i peccati, non può, in una parola, fare niente che non possa fare un qualsiasi semplice laico.
Egli, dunque, non è veicolo di grazia soprannaturale. Il ristabilimento protestante della Comunione nella mano fu un ‘semplice’ modo per manifestare il rifiuto di credere nella reale presenza di Cristo nell’Eucarestia, rifiuto del Sacerdozio Sacramentale, in breve il negare l’intero Cattolicesimo. Da quel momento in avanti, la Comunione sulla mano acquistò un significato chiaramente anticattolico. Era una pratica palesemente anticattolica, fondata sulla negazione della reale presenza di Cristo nell’Eucarestia e del Sacerdozio. Dopo il Concilio Vaticano II, in Olanda, alcuni preti cattolici di mentalità protestante cominciarono a dare la Comunione sulla mano, scimmiottando la pratica protestante.
Ma alcuni Vescovi olandesi, anziché fare il loro dovere e condannare l’abuso, lo tollerarono e in tal modo permisero che l’abuso continuasse incontrollato. La pratica si diffuse dunque alla Germania, al Belgio, alla Francia. Ma se alcuni Vescovi parvero indifferenti a questo scandalo, gran parte del laicato di allora rimase oltraggiato. Fu l’indignazione di un grande numero di fedeli che spinse Papa Paolo VI a prendere l’iniziativa di sondare l’opinione dei Vescovi del mondo su questa questione ed essi votarono unicamente per MANTENERE la pratica tradizionale di ricevere la Santa Comunione sulla lingua.
É anche doveroso notare che, a quell’epoca, l’abuso era limitato a pochi Paesi Europei, tanto che non era ancora iniziato negli Stati Uniti e in America Latina. Papa Paolo VI promulgò allora, il 28 maggio 1969, il documento ‘Memoriale Domini’ in cui affermava testualmente: ‘I Vescovi del mondo sono unanimemente contrari alla Comunione sulla mano. Deve essere osservato questo modo di distribuire la Comunione, ossia il sacerdote deve porre l’Ostia sulla lingua dei comunicandi. La Comunione sulla lingua non toglie dignità in nessun modo a chi si comunica. Ogni innovazione può portare all’irriverenza ed alla profanazione dell’Eucarestia, così come può intaccare gradualmente la dottrina corretta’. Il documento, inoltre, affermava: ‘Il Supremo Pontefice giudica che il modo tradizionale ed antico di amministrare la Comunione ai fedeli non deve essere cambiato. La Sede Apostolica invita perciò fortemente i Vescovi, i preti ed il popolo ad osservare con zelo questa legge’.
Ma poiché questa era l’epoca del compromesso, il documento pontificio conteneva il germe della sua stessa distruzione, poiché l’Istruzione continuò dicendo che, dove l’abuso si era già fortemente consolidato, poteva essere legalizzato con la maggioranza dei due terzi in un ballottaggio segreto della Conferenza Episcopale Nazionale (a patto che la Santa Sede confermasse la decisione).
Ciò finì a vantaggio dei sostenitori della Comunione nella mano. E si deve sottolineare che l’Istruzione diceva dove l’abuso si è già consolidato. Naturalmente, il clero di mentalità protestante (compreso il nostro) concluse che, se questa ribellione poteva essere legalizzata in Olanda, poteva essere legalizzata ovunque. Si pensò che, ignorando il ‘Memoriale Domini’ e sfidando la legge liturgica della Chiesa, questa ribellione non solo sarebbe stata tollerata, ma alla fine legalizzata.
Questo fu esattamente ciò che accadde, ed ecco perché abbiamo oggi la pratica della Comunione sulla mano. La Comunione sulla mano, quindi, non solo fu avviata nella disobbedienza, ma fu perpetuata con l’inganno. La propaganda, negli anni ’70, fu usata per proporre la Comunione sulla mano ad un popolo ingenuo, con una campagna di mezze verità che dava ai cattolici la falsa impressione che il Vaticano II avesse fornito una disposizione per l’abuso, quando, di fatto, non vi è accenno in proposito in nessuno dei documenti del Concilio.
Inoltre, non venne detto ai fedeli che la pratica fu avviata da un clero di mentalità filoprotestante e filomassone, in spregio alla Legge liturgica stabilita, ma la fecero suonare come una richiesta da parte del laicato; non chiarirono, gli assertori della Comunione nelle mani, che i Vescovi del mondo, quando fu sondata la loro opinione, votarono unanimemente contro questa pratica; non fecero riferimento al fatto che il permesso doveva essere solo una tolleranza dell’abuso, laddove si fosse già instaurato nel 1969, e che non vi era stato alcun una via libera perché la Comunione nelle mani si diffondesse ad altri Paesi come l’Italia e gli Stati Uniti d’America. Siamo ora arrivati al punto in cui la pratica dell’Ostia sulla mano è addirittura presentata come il modo migliore di ricevere l’Eucarestia, e anche la maggior parte dei nostri fanciulli cattolici è stata male istruita a ricevere la Prima Comunione. Ai fedeli si dice che è una pratica facoltativa e se a loro non piace, possono ricevere la Comunione sulla lingua.
La tragedia è che se questo è facoltativo per il laicato, non lo è per il clero. I preti sono chiaramente istruiti ad amministrare la Comunione sulla mano, che a loro piaccia o no, a chiunque lo richieda, gettando così moltissimi preti in una agonizzante crisi di coscienza.
É dunque evidente che nessun prete può essere legittimamente forzato ad amministrare la Comunione sulla mano; dobbiamo pregare affinché il maggior numero di sacerdoti abbia il coraggio di salvaguardare la riverenza dovuta a questo Sacramento e non venga intrappolato in una falsa ubbidienza che fa sì che essi collaborino alla perdita di sacralità di Cristo nell’Eucarestia.
I preti devono trovare il coraggio di combattere questa nuova pratica che fa parte dell’occulta strategia di protestantizzazione del Cattolicesimo, ricordando che Papa Paolo VI, giustamente, predisse che la Comunione sulla mano avrebbe portato all’irriverenza e alla profanazione dell’Eucarestia e ad una graduale erosione della dottrina ortodossa.
Questo abuso illegittimo si è così ben radicato come una tradizione locale, che anche Papa Giovanni Paolo II non ebbe successo a denunciare, nonostante un suo tentativo per frenare l’abuso.
Nella sua Lettera ‘Dominae Cenae’ del 24 febbraio 1980, il Pontefice polacco riaffermò gli insegnamenti della Chiesa secondo cui toccare le Sacre Specie e amministrarle con le proprie mani è un privilegio dei consacrati. Ma, per un qualsivoglia motivo, questo documento di 28 anni fa non conteneva nessuna minaccia di sanzioni contro laici, sacerdoti o Vescovi che avessero ignorato la difesa dell’uso della Comunione sulla lingua come voleva il Papa. Una legge senza una pena non è una legge, bensì un suggerimento.
Cosicché, il documento di Giovanni Paolo II fu accolto da diversi membri del clero dei Paesi dell’Occidente come un suggerimento non apprezzato e purtroppo trascurato.
[Fonte: Petrus 29 marzo 2008]
ITINERARIO VERSO IL FATTO COMPIUTO
Sull'onda della denuncia di forzature liturgiche indebite, per non generare ulteriore scandalo nei semplici, consigliamo la lettura di questo articolo a quei preti e frati che fanno "fatica" ad accettare il fatto che i tempi cambino. E che nella Liturgia ci si debba adeguare alla Tradizione, non al proprio capriccio.
di don Gabriel Diaz Patri
Papa Benedetto XVI ha distribuito negli ultimi mesi in alcune importanti cerimonie pontificie l’Eucaristia in bocca e con i comunicanti in ginocchio, e dalle dichiarazioni del suo maestro di cerimonie sembra che questa sia la pratica per il futuro. Lo studio che ha fatto da battistrada per riprendere in considerazione la delicata materia della distribuzione dell’Eucaristia sulla mano è stato quello dell’allora vescovo di San Luis in Argentina, mons. Juan Rodolfo Laise, dal titolo Comunione sulla Mano – Documenti e Storia. Abbiamo chiesto a uno dei suoi principali collaboratori in questa vicenda un riassunto delle linee conduttrici di questa opera.
Questo libro si articola come un commento dettagliato dei documenti su cui si basa la legislazione vigente che riguarda questa materia, al quale si aggiunge una appendice che, compendiando il contesto storico in cui questi documenti nacquero, permette di comprendere meglio la mente del legislatore, elemento chiave per l’interpretazione di una legge. Infine, e dopo aver risposto ai principali argomenti invocati per giustificare la prassi della Comunione sulla mano, lo studio si conclude con una riflessione sull’applicazione concreta degli elementi esposti lungo le sue pagine.
Alcune verità dimenticate
Subito dall’inizio ci confrontiamo con una serie di concetti contrastanti con quanto normalmente sentiamo dire. Può sorprendere, per esempio, venire a conoscenza che questa maniera di ricevere la Comunione non fu trattata e neanche fu menzionata nel Concilio e che non fa parte della “Riforma liturgica” posteriore.
Grazie a una ricostruzione storica basata sul prezioso racconto dei fatti che fa mons. Annibale Bugnini, non solo testimone ma anche protagonista di essi, nel suo libro di memorie La Riforma liturgica 1948-1975, possiamo realizzare che, infatti, l’uso fu introdotto senza autorizzazione in certe regioni d’Europa verso la metà degli anni Sessanta. Nonostante Papa Paolo VI avesse già nel ‘65 determinato fermamente che in quei luoghi si doveva ritornare alla Comunione in bocca, questo e altri richiami posteriori dell’autorità suprema non ebbero alcun effetto.
Davanti a una resistenza che si dimostrava irremovibile, il Papa iniziò finalmente a prendere in considerazione (nel 1968) la possibilità di trovare una soluzione ritenendo pure che un cambio in questa materia rischiava di affievolire la fede del popolo nella presenza eucaristica.
Un percorso accidentato
Infine il Papa, che, secondo le sue stesse parole, non poteva «esimersi dal considerare l’eventuale innovazione con ovvia apprensione», fece fare una consulta sub secreto all’episcopato mondiale.
Il risultato fu che la stragrande maggioranza si dichiarò contraria a qualsiasi concessione. Di conseguenza, Paolo VI diede ordine alla Congregazione per il Culto Divino perché preparasse «un progetto di documento Pontificio, nel quale: 1°) Si dia sommaria notizia dei risultati della consultazione dei Vescovi; 2°) la quale conferma il pensiero della S. Sede circa la inopportunità della distribuzione della S. Comunione sulla mano dei fedeli, indicandone le ragioni (liturgiche, pastorali, religiose, ecc.). Rimane pertanto confermata la norma vigente. 3°) Se alcune Conferenze episcopali, ciò nonostante, crederanno di dover permettere questa innovazione, vogliano ricorrere alla S. Sede, ed attenersi poi, se accordata l’implorata licenza, alle norme e istruzioni che la accompagneranno».
Fu così che il 29 maggio 1969 la Congregazione per il Culto Divino pubblicò l’istruzione Memoriale Domini, contenente la legislazione sull’argomento che è ancora in vigore e che si potrebbe sintetizzare in questa maniera: la proibizione della Comunione sulla mano rimane vigente in modo universale e si esortano vivamente i vescovi, sacerdoti e fedeli che si sottomettano diligentemente a questa legge nuovamente ribadita. Tuttavia, dove si fosse radicato questo uso introdotto in maniera illecita, si prevede la possibilità di concessione a quei settori che non sono disposti a ubbidire a questa esortazione.
In quei casi, «per aiutare le conferenze episcopali ad adempiere il proprio compito pastorale, nelle odierne circostanze, più scabrose che mai», il Papa dispose che le rispettive conferenze (con l’approvazione di due terzi dei suoi membri) avrebbero potuto chiedere un’autorizzazione a Roma affinché, ogni vescovo di quella conferenza, secondo la sua prudenza e coscienza, potesse permettere la pratica della Comunione in mano nella sua diocesi. Secondo i documenti trascritti da mons. Bugnini, con questa concessione si mirava probabilmente ad evitare che «in questi tempi di forte contestazione (...) l’autorità non venga battuta sulla breccia, mantenendo una proibizione che difficilmente avrebbe seguito nella pratica», giacché nello studiare le diverse possibili soluzioni si avvertiva: «è da prevedere anche una reazione violenta in alcune zone e una disubbidienza piuttosto diffusa dove l’uso è stato già introdotto».
Tuttavia, la volontà chiaramente restrittiva del legislatore indicava che la concessione doveva interpretarsi e applicarsi in modo da favorire il meno possibile la diffusione del rito. Questa legislazione non è mai stata modificata, né sono state allargate posteriormente le possibilità di introdurre la Comunione in mano.
Eppure le richieste delle conferenze episcopali – benché non ci fossero le condizioni richieste per domandare l’indulto –; l’insistenza nel riconsiderare il problema in luoghi dove già era stata previamente verificata l’assenza di quelle restrittive condizioni; la sua fin troppo facile concessione da parte del dicastero pertinente e, soprattutto, l’assoluto silenzio sulla disubbidienza irriducibile che era al cuore del problema; fecero sì che la prassi si estendesse quasi universalmente.
Riscoperta o retrocessione?
Un secondo punto dello studio di mons. Laise che richiama l’attenzione riguarda il fatto che la nuova prassi non sarebbe davvero una «riscoperta» di una «antica tradizione», consistente «nel tornare a ricevere la Comunione come nella Chiesa delle origini e dei padri » come si sente dire spesso. Nella istruzione Memoriale Domini si dice chiaramente che, sebbene nel cristianesimo primitivo la sacra Comunione si riceveva normalmente in mano, «col passare del tempo si approfondì la conoscenza del mistero eucaristico, della sua efficacia e della presenza di Gesù Cristo in esso, in modo che, sia per il senso di riverenza verso questo Sacramento che per il senso di umiltà col quale bisogna riceverlo, si introdusse la pratica di collocare sulla lingua del comunicante la sacra Forma». Nel contesto si vede che per Paolo VI questo cambio fu un vero progresso. Nei testi antichi non si menziona che i Padri della Chiesa abbiano trovato alcun vantaggio nel comunicarsi ricevendo l’Eucaristia sulla mano, né che loro abbiano fatto elogi di questa prassi come tale.
Semplicemente non conoscevano altro. Anzi, nell’allertare ripetutamente sui pericoli ad essa collegati, i Padri evidenziano una imperfezione inerente a questa modalità di comunicarsi. Perciò, l’autore afferma che anche se la Comunione sulla mano fu, senza dubbio, il modo di comunicarsi dei santi Padri, la Comunione in bocca sembra il modo di riceverla che avrebbero desiderato avere. Così fu che col passar del tempo, a un determinato momento, un uso finì per sostituire l’altro, al punto che quello di prima non fu soltanto abbandonato ma addirittura esplicitamente proibito.
Lo zampino del Catechismo olandese...
Secoli più tardi l’uso di comunicarsi in mano fu ripreso dai riformatori protestanti con una chiara connotazione dottrinale. Secondo Martino Bucero, assessore della riforma anglicana, il distribuire la Comunione nella bocca si doveva a due “superstizioni”: il “falso onore” che si pretende attribuire a questo Sacramento e la “perversa credenza” che le mani dei ministri, a causa dell’unzione ricevuta nella ordinazione, siano più sante delle mani dei laici.
Perciò, quando nella seconda metà del secolo XX la Comunione sulla mano iniziò a penetrare negli ambienti cattolici, non si trattava più di un mero ritorno ad un uso primitivo: a partire dalla riforma e negli ultimi secoli, tale uso aveva acquisito una certa valenza contraria alla dottrina cattolica sulla presenza reale e sul sacerdozio.
Non è un caso, del resto, che proprio in uno dei primi luoghi dove la Comunione sulla mano s’introdusse abusivamente fosse stato pubblicato poco tempo prima un “Nuovo Catechismo” (il noto “Catechismo Olandese”) al quale la Santa Sede dovette imporre numerose modifiche (14 principali e 45 minori).
In questo testo, commissionato dall’episcopato olandese e presentato mediante una “lettera pastorale collettiva”, si metteva in dubbio la presenza reale e sostanziale di Cristo nell’Eucaristia, si dava una spiegazione inammissibile della transustanziazione e si negava qualsiasi forma di presenza di Gesù Cristo nelle particelle o frammenti staccatisi dall’Ostia dopo la Consacrazione. D’altra parte si faceva confusione fra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio gerarchico.
Un modo vale l’altro?
Terzo aspetto trattato dal presule argentino è che, persino dove è permesso l’uso della Comunione sulla mano, non si tratta di una opzione in più proposta dalla Chiesa di pari valore all’altro uso vigente.
Infatti, la posizione della Santa Sede riguardo alla maniera di comunicarsi non è indifferente: la Comunione in bocca è stato il modo chiaramente raccomandato mentre l’altro modo è soltanto tollerato (come consequenza di quello che l’autore definisce la «disubbidienza piú grave alla autorità papale negli ultimi tempi »), dovendosi inoltre prendere una serie di precauzioni, specialmente per ciò che riguarda la pulizia delle mani e la cura attenta delle particelle (prescrizioni che, del resto, sono di rado tenute in conto nella pratica).
Secondo quanto afferma l’istruzione Memoriale Domini, la modalità di comunicarsi in bocca che da un millenio ha sostituito universalmente la pratica di ricevere la Comunione sulla mano è propria alla preparazione che si richiede per ricevere il Corpo del Signore nel modo più fruttuoso possibile e assicura più efficacemente che la Sacra Comunione sia distribuita con riverenza, decoro e dignità, allontanando così ogni pericolo di profanare le sacre specie Eucaristiche, facendo attenzione con diligenza della cura che la Chiesa ha sempre raccomandato anche nei riguardi delle particelle stesse del pane consacrato (infatti, con la Comunione sulla mano ci vorrebbe ogni volta un miracolo perché non cadesse per terra una particella o non rimanesse un piccolo frammento aderito alla pelle).
Come ricordava Paolo VI nella Mysterium Fidei, Origene racconta che «i fedeli si credevano in colpa, “e giustamente”, se, ricevuto il corpo del Signore, pur conservandolo con ogni cautela e venerazione, ne cadesse per negligenza qualche frammento».
Le espressioni dei Padri, il cambiamento nel modo di ricevere la Comunione alla fine del primo millennio e gli argomenti di Paolo VI per negare la reintroduzione del modo antico, riflettono tutti l’unica fede della Chiesa nella presenza reale, sostanziale e permanente, persino nelle più piccole particelle, le quali esigono attenzione e adorazione. SS. Benedetto XVI non fa che mettere in pratica tutto questo.
Fonte Radici Cristiane Ottobre 2008.
Il diavolo è tra noi e vuole l'eucaristia in mano.
Che per le sette sataniche «il permesso ai fedeli di ricevere la comunione sulla mano ha rappresentato un punto di svolta» è cosa facilmente credibile.
Lo scrive Michela - il nome è volutamente inventato per mantenere l'anonimato dell'autrice - nell'affascinante quanto terribile racconto (a ruba nelle librerie) edito da Piemme, "Fuggita da Satana.
La mia lotta per scappare dall'inferno" (165 pagine, 10 euro), ed è logico comprendere come per coloro che intendano impossessarsi della sacra ostia per profanarla, questa sia più facilmente trafugabile se la si riceve sulla mano che non direttamente in bocca. Ma che dietro questa scelta, divenuta prassi in Italia nel 1989, ci sia lo zampino di Satana è cosa più discutibile anche se, per chi ha fede, non del tutto peregrina.
Vengono in mente le parole di Paolo VI inerenti quel fumo di Satana che si sarebbe insinuato nella Chiesa. Viene in mente il pronunciamento (spesso disatteso) dello stesso papa Montini nel 1969 a favore della comunione sulla lingua con qualche rara eccezione concessa esclusivamente in quei paesi (sostanzialmente l'Olanda e il Belgio) dove l'uso della distribuzione sulla mano era già in uso.
E viene in mente quell'ostinata e tenace battaglia mossa dal cardinale Siri contro la comunione sulla mano, battaglia che consentì alla Cei di non cambiare la prassi in auge da sempre della comunione sulla lingua, almeno fino a quel - per alcuni - famigerato 15-19 maggio 1989, quando, proprio pochi giorni dopo la scomparsa dell'ex arcivescovo di Genova (morì il 2 del mese), l'assemblea generale dei vescovi italiani, con un solo voto di scarto e «approfittando» dell'assenza di molti presuli, cambiò le regole e concesse che nelle diocesi italiane chi voleva potesse ricevere la comunione sulla mano.
Un cambiamento notevole, che secondo alcuni andrebbe addirittura contro un'istituzione apostolica della comunione sulla lingua - san Tommaso, non a caso, parlava di una consuetudine «antica come la Chiesa» -,
il tutto, si dice, per assecondare una prassi propria delle eresie ariane, nestoriane e pelagiane, ripresa poi nel mondo protestante e diffusa largamente in alcuni circoli cattolici olandesi dai quali, tra l'altro, è uscito quel «catechismo olandese» poi giudicato come eretico.
Il racconto di Michela, ovviamente, non è tutto qui. Muove da una dolorosa storia personale, in cui l'autrice racconta ogni dettaglio (fino ai particolari più macabri, dalle orge ai riti sadomaso, dalle violenze sessuali alle sedute di ipnosi) del suo ingresso in una setta satanica.
«Ora puoi avere il potere», le sussurrava nell'orecchio la sacerdotessa, ovvero «colei alla quale da diversi anni avevo affidato la mia esistenza, eseguendone qualsiasi ordine senza la benché minima perplessità». Qualsiasi ordine, come quello di prendere su tutto e dirigersi a Roma, quartiere Trigoria, e qui uccidere - proprio così - Chiara Amirante, la fondatrice dell'associazione Nuovi Orizzonti che evidentemente nella sua comunità di accoglienza troppi posseduti era riuscita a liberare.
«C'è una ragazza - le disse un giorno la sacerdotessa - che comincia a essere un problema per noi, perché accoglie i ragazzi dalla strada e alcuni giovani hanno deciso di uscire dal mondo del satanismo. Vive a Roma, dove ha fondato una comunità, ed è molto stimata dalla Chiesa».
Vai e uccidi, insomma, e così Michela ha provato a fare, salvo poi trovarsi misteriosamente liberata dalle cure di colei che doveva divenire la sua vittima, dalle cure e preghiere di Chiara Amirante.
Nel mezzo, una lettera di Ratzinger il quale, contattato ai tempi in cui era prefetto alla dottrina per la fede da un sacerdote che per richiesta di Chiara (e con il permesso della posseduta) stava praticando esorcismi su Michela, scrisse all'allora prefetto dell'ex Sant'uffizio per chiedergli la licenza di concedere a Michela l'assoluzione dal peccato di profanazione dell'eucaristia (un peccato che può essere assolto dal sacerdote solo col permesso del Vaticano).
Nel giro di 24 ore la risposta positiva arrivò con tanto di post scriptum a chiudere, firmato cardinal Ratzinger: «Oggi la Chiesa è in festa perché un figlio è tornato a casa». Michela si definisce come una che «ha incontrato Satana». E avendolo incontrato può permettersi di dire dove, nella Chiesa, tende a manifestarsi.
Oltre, a suo dire, nella decisione di concedere l'eucaristia sulle mani, anche in coloro - teologi o meno - che diffondono la convinzione che non debba essere somministrato il battesimo ai neonati: secondo questa vulgata, saranno loro, una volta cresciuti, a decidere se battezzarsi o no.
«In realtà - scrive Michela - per i satanisti va di lusso quando trovano qualcuno che non è battezzato, perché i demoni riescono a entrare in loro senza alcuna opposizione».
«Per di più - racconta ancora l'autrice - seppi all'epoca (dell'appartenenza alla setta, ndr) che facevano parte della setta anche alcuni ginecologi e ostetriche che lavoravano in ospedali e praticavano la consacrazione a Satana di tutti i neonati nel momento che venivano alla luce. Nessuno dei presenti in sala parto se ne accorgeva, poiché la formula veniva pronunciata mentalmente e non c'era bisogno di gesti o riti particolari».
Oggi sono in molti a ritenere una menzogna l'esistenza dell'Inferno e a identificare Satana con l'idea astratta del male: «Questa - scrisse uno dei più importanti esorcisti di oggi, ovvero don Gabriele Amorth - è autentica eresia, ossia è in aperto contrasto con la Bibbia, con la patristica, con il Magistero della Chiesa».
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Sancte Michael Archangele,
defende nos in proelio;
contra nequitiam
et insidias diaboli esto praesidium.
Imperet illi Deus, supplices deprecamur:
tuque, Princeps militiae caelestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem
animarum pervagantur in mundo,
divina virtute in infernum detrude.
Amen
Da Michel Upmann
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