giovedì 23 febbraio 2012

Papa ai nuovi cardinali: Missione secondo la logica di Cristo, non quella del mondo

18/02/2012 11:59
VATICANO da asianews

Benedetto XVI conferisce la berretta e l'anello a 22 nuovi cardinali. Fra essi, John Tong, vescovo di Hong Kong e George Alencherry, arcivescovo maggiore di Ernakulam (Kerala, India). Il papa sottolinea che la logica di Cristo - e che dovrebbe essere quella dei porporati - è di servire Dio e gli uomini in "una dedizione assoluta e incondizionata, fino all'effusione del sangue". Decisa la canonizzazione di sette beati, fra cui un martire filippino.


Città del Vaticano (AsiaNews) - La missione dei nuovi cardinali "nella Chiesa e nel mondo" deve rispondere alla logica di Cristo, "non a quella del mondo"; deve essere "illuminata dalla fede e animata dalla carità che provengono a noi dalla Croce gloriosa del Signore". È questo l'invito che Benedetto XVI ha rivolto ai 22 nuovi cardinali che egli ha creato oggi in un Concistoro pubblico tenutosi nella basilica vaticana. Fra i nuovi porporati vi sono importanti personalità della Curia romana (fra cui Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli); vescovi di sedi metropolitane e personalità che si sono distinte per il loro servizio alla Chiesa, come il p. Julien Ries, grande studioso del sacro e delle religioni, dell'università di Lovanio. Nell'elenco risaltano due vescovi asiatici: John Tong, vescovo di Hong Kong e  George Alencherry, arcivescovo maggiore di Ernakulam (Kerala, India). (Per la lista completa dei nuovi cardinali vedi qui).
Prima di procedere all'imposizione della berretta rossa, alla consegna dell'anello e all'assegnazione del titolo con cui ogni cardinale viene legato alla Chiesa di Roma, il pontefice ha commentato il brano evangelico (Mc 10, 32-45) proclamato durante la cerimonia. In esso i discepoli Giacomo e Giovanni domandano a Gesù di poter sedere a destra e a sinistra del Suo trono.
"Giacomo e Giovanni  - ha detto il papa - con la loro richiesta mostrano di non comprendere la logica di vita che Gesù testimonia, quella logica che - secondo il Maestro - deve caratterizzare il discepolo, nel suo spirito e nelle sue azioni. E la logica errata non abita solo nei due figli di Zebedeo perché, secondo l'evangelista, contagia anche «gli altri dieci» apostoli che «cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni» (v. 41). Si indignano, perché non è facile entrare nella logica del Vangelo e lasciare quella del potere e della gloria".
"Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti si confrontano in ogni tempo e in ogni luogo. Non c'è alcun dubbio sulla strada scelta da Gesù: Egli non si limita a indicarla con le parole ai discepoli di allora e di oggi, ma la vive nella sua stessa carne. Spiega infatti: «Anche il Figlio dell'uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti» (v. 45)".
La missione dei cardinali deve essere legata al pontefice e alla Chiesa nel mondo, e modellata su quella di Cristo: "Egli riceve il potere e la gloria solo in quanto «servo»; ma è servo in quanto accoglie su di sé il destino di dolore e di peccato di tutta l'umanità. Il suo servizio si attua nella fedeltà totale e nella responsabilità piena verso gli uomini. Per questo la libera accettazione della sua morte violenta diventa il prezzo di liberazione per molti, diventa l'inizio e il fondamento della redenzione di ciascun uomo e dell'intero genere umano".
Per questo, "ai nuovi Cardinali è affidato il servizio dell'amore: amore per Dio, amore per la sua Chiesa, amore per i fratelli con una dedizione assoluta e incondizionata, fino all'effusione del sangue, se necessario, come recita la formula di imposizione della berretta e come indica il colore rosso degli abiti indossati".
Prima della conclusione del Concistoro, Benedetto XVI ha promulgato la canonizzazione di sette beati, la cui causa è stata presentata dal card. Antonio Amato, prefetto per la Congregazione delle cause dei santi. Fra questi vi è un filippino, Pedro Calungsod, un catechista laico, morto martire nel 1672.

La meditazione dei misteri



Estratto da
Santo Rosario meditato


di Padre Giulio Maria Scozzaro

La meditazione dei misteri
La vera anima del Rosario è la meditazione dei misteri. Con la pratica costante della meditazione dei misteri in ogni Corona del Rosario, si passa da questo momento di meditazione con facilità, per poi elevarsi alla vera contemplazione.
Il Rosario non accompagnato dalla contemplazione dei misteri, diventa meccanico, svuotato del motivo insito della sua efficacia. Ogni preghiera diventa meccanica, se manca l’amore, la partecipazione. È vero che il Rosario corre meno pericoli di diventare preghiera meccanica, perché ogni mistero stimola la riflessione, apre panorami bellissimi di vita divina, che ci riempiono di gioia e aiutano la contemplazione. Con la contemplazione dei misteri, il Rosario diventa la preghiera più contemplativa di tutte.
Per questo il Rosario è scuola di contemplazione; innalza a poco a poco al di sopra della preghiera vocale e della meditazione ragionata.
La meditazione dei misteri del Rosario, ci conduce alla meditazione del Mistero di Gesù Cristo. La moltitudine dei misteri storici della vita di Gesù, ci aiuta a fissare lo sguardo sul Mistero della Persona di Gesù. La vita di Gesù è un Rosario vivente, noi in ogni decina ci soffermiamo su un momento particolare del periodo della Redenzione.
I misteri vengono enunciati per riflettere sulla vita di Gesù e di Maria. In qualche modo sono collegati anche alla storia personale di ognuno di noi.
Tutti siamo coinvolti in questa salvezza che Gesù, Figlio di Maria, ha introdotto nel mondo. Meditando i 20 misteri io mi pongo dinanzi alla vita di Gesù e la sua vita diventa per me lo specchio della mia vita. Solo facendo come ha fatto Lui, il suo Spirito opererà intensamente in me.
Meditare i misteri prima di iniziare la decina è vantaggioso, perché si può fare il proposito di vivere quanto meditiamo, di praticare la virtù che ci viene indicata dal mistero che si medita. Non bisogna iniziare subito la decina dopo avere enunciato il mistero, ma dopo averlo enunciato, bisogna fermarsi qualche istante per assimilare quel momento redentivo, per inserire nella tua vita quello che si medita, quello che Gesù e la Madonna hanno già praticato.
Bisogna soffermarsi brevemente sul mistero prima e dopo ogni decina.
San Luigi di Montfort fa notare l’importanza di formulare delle richieste corrispondenti al mistero che recitiamo, assecondando il desiderio della Madonna, di concederci Grazia su Grazia attraverso il Rosario.
Meditando i misteri si acquista l’unione intima con Dio, che conduce alla contemplazione.
Sempre San Luigi scrive: “Per i quindici gradini di questa scuola (oggi sono diventati venti) ti riuscirà di salire di virtù in virtù, di chiarezza in chiarezza e giungerai facilmente, senza illusioni, fino alla pienezza dell’età di Cristo”.
Scrive il Papa nella Lettera Apostolica “Rosarium Virginis Mariae”: “L’ascolto e la meditazione si nutrono di silenzio. È opportuno che, dopo l’enunciazione del mistero e la proclamazione della Parola, per un congruo periodo di tempo ci si fermi a fissare lo sguardo sul mistero meditato, prima di iniziare la preghiera vocale. La riscoperta del valore del silenzio è uno dei segreti per la pratica della contemplazione e della meditazione. Tra i limiti di una società fortemente tecnologizzata e mass-mediatica, c’è anche il fatto che il silenzio diventa sempre più difficile. Come nella Liturgia sono raccomandati momenti di silenzio, anche nella recita del Rosario una breve pausa è opportuna dopo l’ascolto della Parola di Dio, mentre l’animo si fissa sul contenuto di un determinato mistero” (RVM 31).
Possiamo affermare che il Rosario è preghiera perfetta, preghiera mentale e vocale, per la contemplazione. La preghiera senza la meditazione può divenire meccanica e può anche essere noiosa; se invece è accompagnata dalla meditazione, ottiene la Grazia della contemplazione.
“La preghiera del Rosario rivoluzionerà il mondo intero: rivoluzione di benessere e di pace. Propone per la meditazione dei misteri un nuovo punto di vista; il Rosario del mondo missionario. Ognuna delle cinque decine è di color diverso: rappresentano i cinque Continenti nella visione missionaria”, scriveva il Vescovo Fulton Sheen.
“Camminiamo sui due piedi della contemplazione e della preghiera -scrive San Bernardo-. La meditazione insegna ciò che ci manca, la preghiera ci ottiene ciò che non ci manchi. La prima ci indica la strada, l’altra ci guida. Con la meditazione conosciamo i pericoli che incombono su di noi; per mezzo della preghiera li evitiamo con l’aiuto del Signore”.
«La contemplazione -scrive Paolo VI- è elemento essenziale del Rosario. Senza di essa il Rosario è corpo senza anima e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule e di contraddire all’ammonimento di Gesù: “Quando pregate non sprecate parole come i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole. Non siate come loro” (Mt 6,7).
Per sua natura la recita del Rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favoriscano nell’orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il cuore di Colei che al Signore fu più vicina e ne dischiudano le insondabili ricchezze» (Marialis Cultus, n. 47).
Meditare i misteri, è uno sguardo amoroso a quel momento della vita di Gesù o di Maria che si medita. Sguardo amoroso è come quello di una mamma, che non si stanca di contemplare in silenzio il suo bambino.


Per richiedere il libro Santo Rosario meditato invia una email: padregiuliomaria@gesuemaria.it
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Decidersi per Dio


Gesu


Da La Bussola Quotidiana 


di Livio Fanzaga
22-02-2012


Per comprendere la Quaresima bisogna fare riferimento ai quaranta giorni che Gesù ha trascorso nel deserto prima di compiere la sua missione. Quaranta giorni nei quali Gesù si è preparato alla lotta contro il principe delle tenebre, contro Satana: quaranta giorni di digiuno e di preghiera. Questi quaranta giorni facevano a loro volta riferimento ai quaranta anni che il popolo di Israele ha trascorso nel deserto, deserto che secondo la Sacra Scrittura è un tempo di prova ma anche un tempo di comunione con Dio, ed è comunque il passaggio verso la Terra promessa.
Per noi è fondamentale il significato di questi quaranta giorni che Gesù ha trascorso nel deserto vivendo nel digiuno e nella preghiera. Sono infatti proprio questi i due connotati fondamentali che ci accompagnano nella Quaresima.

Il primo connotato è la preghiera. Gesù ha trascorso quaranta giorni in intima comunione col padre, la preghiera è uno dei motivi fondamentali di tutta la vita apostolica del Signore: non solo i quaranta giorni prima della sua missione, ma anche durante tutta la sua missione Gesù ha vissuto una intensa preghiera personale, dedicando molte volte l’intera notte a pregare.  E usciva dalla preghiera trasfigurato. Questa è certamente la prima caratteristica della Quaresima, senza la quale ne perdiamo il significato. E qui sta anche la differenza fondamentale tra la Quaresima cristiana e il Ramadan musulmano. La Quaresima cristiana è prima di tutto tempo di comunione con Dio. La comunione con Dio è invece lontana mille miglia dall’islam, per cui davanti a Dio c’è solo la  sottomissione.

Dunque Gesù ha trascorso quaranta giorni di intima comunione col padre. E lì ha umanamente ha preso tutta quella forza che la preghiera dà e che noi vediamo così espressa in un altro momento della vita di Gesù, quello del Getsemani: lì, attraverso la preghiera il Signore acquista quella forza per cui dice al termine della preghiera, agli apostoli “Alzatevi, andiamo”. E nell’ora delle tenebre affronta la grande battaglia. Nell’uno e nell’altro caso Gesù attraverso la preghiera si è preparato alla grande battaglia contro il principe delle tenebre.

Portando la cosa sul piano della nostra vita cristiana, la Quaresima è anzitutto tempo di preghiera. Preghiera vera, preghiera del cuore, preghiera che è colloquio con Dio, ascolto di Dio, della sua volontà, ascolto delle sue ispirazioni, ascolto di quello che ci dice, il suo richiamo a una vita più santa, più cristiana, una vita più vera. E nella preghiera esporre anche la nostra condizione esistenziale, di persone fragili, affaticate, di persone che molte volte sono scorate, che non hanno ben chiaro il fine della vita, non hanno ben chiare le scelte fondamentali della vita. Quindi vorrei suggerire molto concretamente: la prima cosa da fare in Quaresima è riaccendere la preghiera, almeno le preghiere fondamentali. Al mattino conquistare Dio con il cuore, in cui Dio porta la sua luce, la sua pace, la sua gioia. Molte volte bastano pochi minuti per essere in comunione con Dio, ma poi si deve riattivare durante la giornata questa comunione. E soprattutto la sera, per cui vorrei suggerire una preghiera tipica della Quaresima, che è la preghiera davanti alla croce, cioè mettersi veramente davanti alla croce, meditare sul significato della croce.

Pietro nella prima predica dopo la Pentecoste ha detto, comprendendo finalmente la Passione : “Patì per i nostri peccati”. Quindi meditare la croce, meditare che attraverso la croce Cristo, il Padre attraverso il Figlio, ci perdona i peccati. Cristo è l’agnello di Dio che porta i peccati del mondo, li ha espiati al nostro posto, per nostro amore, per donarci il perdono nella vita eterna, per cui quando andiamo a confessarci – e il pensiero va soprattutto alla confessione pasquale che deve essere particolarmente significativa – per quanto grandi i delitti che noi abbiamo potuto commettere Gesù ci dà l’assoluzione.

Nel pentimento c’è l’assoluzione dei peccati perché Cristo ha espiato lui al nostro posto, un atto d’amore estremo, che vediamo nel Crocifisso. Quindi vorrei suggerire questa specifica  preghiera quaresimale, prima di andare a letto: sostare davanti alla croce, chiedere perdono per i propri peccati, pensare all’amore estremo con cui Dio ci ha amati, che ha fatto dire a santa Caterina da Siena, guardando la croce: “Chi è  quello stolto bestiale che vedendosi così amato non ami?”.
La preghiera personale diventa più forte, più sostanziosa, se durante la Quaresima ci impegniamo ad andare alla messa quotidiana. Molti lo fanno. Dacci oggi il nostro pane quotidiano: ascoltiamo la parola di Dio, durante la messa riceviamo la comunione. In questo modo rafforziamo la nostra debole volontà per combattere contro il male.

L’altro aspetto fondamentale della Quaresima è il digiuno: fin dai primi tempi i cristiani hanno digiunato il mercoledì e il venerdì, duramente. Poi, il digiuno più rigido a pane e acqua è continuato nella storia della Chiesa soprattuto nel tempo di Quaresima, di Avvento, e così via. Il popolo cristiano ha digiunato fino a qualche decennio fa in modo sostanzialmente serio. Non soltanto nel tempo di Quaresima ma ogni volta che si doveva fare la comunione, si era digiuni dalla mezzanotte. Abbiamo perso sicuramente qualcosa perdendo il digiuno. In tempi recenti la Chiesa ha tentato di ristabilirlo, ma a questo riguardo dobbiamo dire che la vera svolta è venuta dalle apparizioni di Medjugorje: è vero, devono essere ancora riconosciute dalla Chiesa, ma il loro aspetto pastorale lo abbiamo tutti davanti agli occhi.

La Madonna fin da 30 anni fa ha introdotto un digiuno che adesso ha rinvigorito tutta la Chiesa, il digiuno a pane e acqua il mercoledì e venerdì con finalità ben precise: Oltre alla conversione personale c’è anche una finalità di carattere storico sociale: Gesù ha detto che certi demoni si cacciano con la preghiera e il digiuno; così la Madonna per il demonio dell’odio e della guerra, che vuole distruggere il mondo, ha chiesto la preghiera del santo rosario e il digiuno a pane e acqua mercoledì e venerdì.

Questo digiuno è importantissimo ma attenzione a non intenderlo come una specie di dieta.La Madonna ha detto “digiunate con il cuore”, lo dice anche la Chiesa. Il digiuno cristiano ha un obiettivo ben preciso: è finalizzato al combattimento spirituale, è finalizzato alla mortificazione della fame di mondo, perché cresca in noi la fame di Dio. Questo è l’obiettivo finale del digiuno: portare alla rinuncia vera del peccato, perché attraverso la fame di mondo, le cose di questo mondo, Satana ci distrugge con quello che ci offre.

Dobbiamo dunque innestare nella nostra vita questo tipo di digiuno: cibo, sacrifici, fioretti, c’è un’ampia letteratura a questo riguardo. Rinunciare al fumo, ai liquori durante la quaresima. Ovviamente i più deboli, quelli che si accontentano del digiuno come lo propone la Chiesa con materna accondiscendenza, possono digiunare mercoledì santo  e venerdì santo: la colazione, un pranzo leggero e poi astinenza. Tutti i venerdì di quaresima il minimo indispensabile. Suggerisco però un digiuno molto più rigido, magari rinunciando a quelle cose che fanno male anche la salute come il fumo e l’alcol. Ma tutto queste deve essere finalizzato a rafforzare la volontà in modo tale da rinunciare al peccato Questa è la vera rinuncia, ed è in questo modo che noi ci prepariamo per la Pasqua. Cioè rinunciando al peccato e attraverso la confessione pasquale.

In questo periodo dobbiamo mettere una marcia in più nel nostro cammino verso la santità.Mettiamoci davanti a Dio, guardiamo alla nostra vita, guardiamo cosa c’è da cambiar;, se siamo sulla strada sbagliata, quella che porta alla perdizione, non aspettiamo a cambiarla, non aspettiamo che sia troppo tardi.

Decidiamoci per Dio, decidiamoci per la conversione, decidiamoci per la santità.Questo è quel modo di vivere la quaresima che farà sì che la Pasqua sia una pasqua veramente di pace, del cuore riconciliato con Dio.

Infine c’è la terza dimensione caratteristica della Quaresima: la carità. Perché la sobrietà tipica della Quaresima, il rinunciare al superfluo, e tutto quanto finora descritto,  è sempre stato visto dalla Chiesa in funzione della carità, della condivisione, in funzione di quel “Avevo fame, e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere.…):  è la condivisione del pane con chi non ne ha, con chi è più povero. Vorrei aggiungere però che la carità si esprime anche attraverso le sette opere di misericordia spirituale e le sette di misericordia corporale. L’elemosina deve essere un atteggiamento di compassione, o di misericordia verso il prossimo sofferente. E questo può essere dare da mangiare a chi non ne ha, può essere una mano tesa, un incoraggiamento: visitare i carcerati, e tutte quelle opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, visitare i malati, tutta quella gamma di opere che ci portano al prossimo.

Questo è il dinamismo della Quaresima: attraverso la preghiera tu ricevi l’amore di Dio nel tuo cuore e attraverso la carità tu lo doni agli altri.

Papa: Quaresima "cammino nel deserto" per vincere le tentazioni del potere e dirigersi verso Dio

22/02/2012 12:32
VATICANO Da Asianews

All'udienza generale Benedetto XVI parla di "un tempo di cambiamento, di conversione", un tempo che spinge "ad assumersi le proprie responsabilità, è il tempo delle decisioni mature". Anche la Chiesa conosce la tentazione del diavolo che propose a Cristo una via lontana dal progetto di Dio, "attraverso il successo, il potere, il dominio". Ma anche se "il cielo sopra di noi è oscuro, perché coperto dalle nubi del'egoismo, dell'inganno", il tempo del deserto "può trasformarsi in tempo di grazia, perché anche dalla roccia più dura Dio può far sgorgare l'acqua che dissseta". 


Città del Vaticano (AsiaNews) - La Quaresima, che inizia oggi, è "un tempo di cambiamento, di conversione", un tempo che spinge "ad assumersi le proprie responsabilità, è il tempo delle decisioni mature", di "mettersi in movimento, per incontrare il Signore alla fine dei tempi". I 40 giorni che ci separano dalla Pasqua sono stati il tema della riflessione che Benedetto XVI ha proposto alle ottomila persone presenti all'udienza generale, in Vaticano.
 Nelle parole del Papa anche un riferimento alla "condizione della Chiesa in cammino nel deserto del mondo e della storia", per la quale, come per Gesù, c'è la "tentazione del Maligno", che propose a Cristo "una via messianica lontana dal progetto di Dio", una via che "passa attraverso il successo, il potere, il dominio". Ma anche se "il cielo sopra di noi è oscuro, perché coperto dalle nubi del'egoismo, dell'inganno" il tempo del deserto "può trasformarsi in tempo di grazia, perché anche dalla roccia più dura Dio può far sgorgare l'acqua che dissseta".
 Benedetto XVI ha ricordato che i "quadragesima", i quaranta giorni, la Quaresima, era il tempo nel quale coloro che avevano udito l'annuncio cristiano "iniziavano, passo dopo passo, il cammino di conversione", il "cammino di conversione alla fede da compiersi gradualmente, attraverso un cambiamento interiore", che avrebbe portato i catecumeni al battesimo.
 Nel tempo, questo cammino di conversione è stato proposto ai penitenti e a tutti i fedeli, "sia coloro che si erano allontanati da Dio, sia coloro che vivevano in piena comunione con la Chiesa". Tutti sapevano che "il tempo che precede la Pasqua è tempo di cambiamento, di conversione". E "la partecipazione di tutta la comunità sottolinea una particolarità importante della comunità cristiana: è la redenzione, a disposizione non di alcuni, ma di tutti ad essere disponibile, grazia alla morte e alla risurrezione di Cristo".
 La durata della Quaresima, 40 giorni, si riferisce a un numero simbolico sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento: "una cifra che esprime il tempo dell'attesa, della purificazione, del ritorno al Signore". "Un tempo cronologicamente non esatto, ma che indica pazienza, perseveranza, una lunga prova, un tempo sufficiente per vedere le opere di Dio, per assumersi le proprie responsabilità, senza ulteriori rimandi".
 Il Papa ha indicato, tra l'altro, che "il numero appare innanzi tutto a proposito di Noè, questo uomo giusto", che trascorre 40 giorni nell'arca e altri 40 dopo il diluvio, prima di toccare la terraferma. Ugualmente sono 40 i giorni che "Mosè trascorre sul monte Sinai alla presenza del Signore per accogliere la legge" e gli anni del viaggio del popolo di Israele verso la Terra promessa. Pure 40 sono gli anni di pace che Israele conosce sotto i Giudici e quelli dei regni di Saul e di David.
 Nel Nuovo Testamento, "Gesù prima di iniziare la vita publica si ritira nel deserto per 40 giorni, senza mangiare né bere, si nutre della Parola di Dio, che usa come arma per vincere il diavolo"e "40 sono i giorni nei quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo".
 "Il numero è descritto in contesto spirituale che resta attuale e valido, e la Chiesa proprio mediante i giorni del periodo quaresimale intende mantenerne il perdurante valore e renderne a noi presente l'efficacia. La liturgia cristiana della Quaresima ha lo scopo di favorire un cammino di rinnovameno spirituale alla luce di questa lunga esperienza pubblica e soprattutto imparare a imitare Gesù, che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto insegnò a vincere la tentazione con la parola di Dio".


Il Cardinale Caffarra contro le blasfemie nella sua diocesi



Alla vigilia della rappresentazione dello spettacolo blasfemo di Romeo Castellucci “Sul concetto di volto del figlio di Dio”, di prossima programmazione a Casalecchio di Reno, il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, ha diramato un comunicato stampa che riportiamo integralmente.
Le parole del Cardinale sono chiare e senza equivoci e costituiscono un esempio per i pastori italiani, spesso inerti e silenti di fronte alle offese contro la nostra religione.

COMUNICATO STAMPA
In relazione allo spettacolo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” offensivo della Persona del Cristo e del sentimento religioso dei fedeli cattolici, di prossima programmazione a Casalecchio di Reno, il Cardinale Arcivescovo comunica:
Dall’insulto alla sua Madre, rivoltole nella nostra città alcuni anni or sono, si passerà ora ad una rappresentazione teatrale obiettivamente blasfema nei confronti di Gesù e del suo Volto Santo.
Siamo sdegnati e addolorati, come cittadini e come credenti. Come cittadini nel vedere che l’esercizio della libertà espressiva non conosce più neppure i limiti del rispetto dell’altro. Come credenti nel vedere inserito il Volto Santo –il quale gli Angeli desiderano guardare– in uno spettacolo indegno, offensivo, e obiettivamente blasfemo e sacrilego. Sacrilegio è anche trattare indegnamente i simboli sacri, così come la bestemmia si estende anche alle sante immagini.
Vengono a mente le parole della Scrittura: «Poiché hanno odiato la sapienza e non hanno amato il timore del Signore […] mangeranno il frutto della loro condotta e si sazieranno dei risultati delle loro decisioni» [Pr 1,29.31].
Dio continui ad usarci misericordia, anche quando giungiamo perfino al disprezzo del dono più grande che ci ha fatto: il suo Figlio unigenito.
«Uomo dei dolori, davanti a cui ci si copre la faccia» [Is 53,3].
Cristo è sceso nelle più amare pieghe dell’umana angoscia; Dio ha voluto sperimentare il nostro duro mestiere di vivere. Ma per donarci speranza, per riportarci alla nostra primigenia verità e splendore. Vederlo disprezzato in questa sua sofferta bellezza, è spegnere ogni speranza.
“Volto santo di Cristo, luce che rischiara le tenebre del dubbio e della tristezza, vita che ha sconfitto per sempre il potere del male e della morte … rendici pellegrini di Dio in questo mondo, assetati di infinito” [Benedetto XVI].
Sono sicuro che i buoni fedeli di Casalecchio in unione coi loro pastori sapranno reagire in modo fermo e composto.
Chiedo ai parroci di Casalecchio di fare, dopo la celebrazione delle Sante Messe feriali di venerdì e sabato, una preghiera di riparazione, nella forma e modo che riterranno più opportuno. Non escludano eventualmente la celebrazione della S. Messa «per la remissione dei peccati». E che Dio abbia pietà di noi!

Bologna, 16 febbraio 2012

                                                                                 + Carlo Card. Caffarra
                                                                                          Arcivescovo

VESCOVO BABINI: LA CHIESA DIFFONDA IL VERO MAGISTERO



di Bruno Volpe
Pontifex.Roma

Con Monsignor Giacomo Babini, Vescovo emerito di Grosseto, parliamo del significato e del senso della Quaresima che oggi inizia con il rito delle Ceneri.

Eccellenza, che cosa è la Quaresima e come va vissuta?
La Quaresima è un tempo forte che ci mette a contatto e confronto con il Gesù adulto, rispetto al Natale quando dialoghiamo con Gesù bambino. Nella Quaresima è possibile dire che Dio, mediante il Figlio, mostra la sua faccia”.

La Quaresima è, o dovrebbe essere, anche un tempo penitenziale:
“Esattamente, la penitenza, intesa come piccola mortificazione personale, fa parte, assieme al digiuno, alla preghiera e alla carità delle vie necessarie da imboccare se davvero intendiamo vivere una Quaresima degna di tal nome. Poi a volte, o anche spesso, per tanti la Quaresima è una cosa come molte altre e il discorso si chiude”.

Poi precisa: “Sarebbe opportuno, nel tempo di Quaresima, rendersi maggiormente conto del peccato, di che cosa è e che cosa ... rappresenta per noi e per Dio.
Duole dirlo, ma la Chiesa di questo tempo, non tutta, ha dimenticato o tralasciato di parlare della gravità del peccato, forse pensando che fosse un tema antiquato, vecchio, poco adatto al mondo.
Occorre dire che parecchi Sacerdoti hanno ceduto alle insidie del mondo, blandendo o addolcendo molte cose ed hanno fatto male.
La Chiesa sia più dogmatica e sicura nella divulgazione della dottrina e del Magistero. Fare sconti non serve a nulla, anzi danneggia le anime perché si perde il senso di Dio e la visione del sacro”.

Digiuno anche da spettacoli indecenti e dalla trivializzazione del sesso:
“Nel mondo, specialmente quello occidentale, si parla tanto e si è smarrito il valore del silenzio e della meditazione. Da questo punto di vista, il Papa è ineccepibile, peccato che sia circondato da persone non sempre all'altezza. Ecco, in Quaresima meglio rinunciare al baccano, alle abbuffate, alla Tv, e al sesso trivializzato e trasformato in divertimento”.

Eccellenza, il parlamentare Giovanardi è stato insultato per aver detto che un bacio in pubblico tra due lesbiche disturba ed è come chi fa la pipì per strada:
“Giovanardi ha perfettamente ragione. Magari ha usato una forma non troppo elegante, ma due gay che si baciano in pubblico sono uno spettacolo osceno”.

lunedì 13 febbraio 2012

La Corona del Santo Rosario, cos'è,come e dove la si usa




Estratto da
Santo Rosario meditato

di Padre Giulio Maria Scozzaro

Il Santo Rosario completo
* È suddiviso in 4 parti, ciascuna parte di 50 Ave Maria; in ogni parte si meditano 5 misteri e ogni mistero equivale a una decina di Ave Maria.
* Quando non si dice il Rosario intero, si può recitare una sola Corona con i suoi 5 misteri (cinque decine: una decina è composta da un Padre nostro, 10 Ave Maria, un Gloria e altre preghiere devozionali). Inoltre le decine possono essere separate, purché la Corona sia completata nello stesso giorno. Si può recitare una decina di tanto in tanto nella giornata, per completare tutta la Corona nella giornata.
Sia la decina che il Rosario completo si possono recitare ovunque, oltre la Chiesa e la propria casa: in viaggio, durante una pausa di riposo, nei momenti liberi, mentre si passeggia, quando si aspetta qualcuno o l’autobus o il metrò. È cosa lodevole recitare il Rosario nel tempo stabilito nella giornata, nell’angolo della preghiera giornaliero dedicato all’incontro con Gesù e la Madonna.
Il Santo Rosario è un determinato modo di pregare Dio insieme alla Madonna, in onore della Madonna. La sua recita calma e attenta, ne fa una preghiera contemplativa, dove “si meditano i misteri della vita del Signore, visti attraverso il Cuore di Colei che al Signore fu più vicina” (MC 47).
La Corona
Riguardo la Corona, non molti ne hanno una considerazione chiara, e il Papa scrive nella Lettera Apostolica sul Rosario: «Strumento tradizionale per la recita del Rosario è la Corona. Nella pratica più superficiale, essa finisce per essere spesso un semplice strumento di conteggio per registrare il succedersi delle Ave Maria. Ma essa si presta anche ad esprimere un simbolismo, che può dare ulteriore spessore alla contemplazione.
A tal proposito, la prima cosa da notare è come la Corona converga verso il Crocifisso, che apre così e chiude il cammino stesso dell’orazione. In Cristo è centrata la vita e la preghiera dei credenti. Tutto parte da Lui, tutto tende a Lui, tutto, mediante Lui, nello Spirito Santo, giunge al Padre.
In quanto strumento di conteggio, che scandisce l’avanzare della preghiera, la Corona evoca l’incessante cammino della contemplazione e della perfezione cristiana. Il Beato Bartolo Longo la vedeva anche come una “catena” che ci lega a Dio. Catena, sì, ma catena dolce; tale sempre si rivela il rapporto con un Dio che è Padre. Catena “filiale”, che ci pone in sintonia con Maria, la “serva del Signore” (Lc 1,38), e, in definitiva, con Cristo stesso, che, pur essendo Dio, si fece “servo” per amore nostro (Fil 2,7).
Bello è anche estendere il significato simbolico della Corona al nostro rapporto reciproco, ricordando con essa il vincolo di comunione e di fraternità che tutti ci lega in Cristo» (RVM 36).
La parola Rosario significa “Corona di Rose”. La Madonna ha rivelato in diverse circostanze, che ogni volta che si dice una Ave Maria è come se si donasse a Lei una bella rosa e che con ogni Rosario completo Le si dona una Corona di Rose. La rosa è la regina dei fiori, e così il Rosario è la Rosa di tutte le devozioni ed è perciò la più importante.
“Il tuo Rosario, Maria, è fatto di Rose che non periscono e non perdono mai il loro profumo. Quando dalla terra povera, oscura, facciamo salire la nostra preghiera, viene elevata fino a te stessa per rimanere sempre nel Cielo omaggio perenne di amore”, così Jean Galot esprime il suo amore per il Rosario.
La Corona del Rosario è come un serto di Rose profumate e multicolori ai piedi di Maria. Nelle apparizioni a Lourdes la Madonna ha mostrato la Corona del Rosario per indicare come preferisce questa santa preghiera. A Santa Bernardette mostrò la sua lunga Corona ed invitò la piccola a prendere quella che portava addosso per recitare insieme il Rosario. La Madonna nell’incanto della grotta di Massabielle sgranava in silenzio la Corona quando la piccola recitava l’Ave Maria, poi Lei recitava il Gloria al Padre, chinando la testa. E cominciava con il Padre nostro la nuova decina, facendo continuare la piccola Bernardette con le Ave Maria.
Non dobbiamo mai tralasciare la Corona del Rosario, non solo portandola addosso, ma usandola spesso nella giornata, perché è la preghiera che la Madonna predilige e che Lei è venuta a chiedere dal Cielo.
Lei stessa ha insegnato a recitarla bene, facendo scorrere fra le sue dita la Corona del Rosario, comunicando alla piccola Bernardette come recitarlo, mostrandole come si usa la Corona, recitando davanti a lei il Padre nostro e il Gloria, ma assistendo con grande gioia alle Ave Maria che recitava la bambina.
Quindi, la Madonna è sempre presente quando ognuno di noi recita il Rosario, perché La invitiamo a pregare con noi, e veramente la Madonna si associa alla preghiera che ognuno di noi recita. Non siamo soli quando recitiamo il Rosario, ma la Madre di Dio è accanto a noi e prega per noi, con noi e in noi; non siamo inascoltati quando con amore e fiducia recitiamo le Ave Maria del Rosario, perché la Madre di Dio è sempre in affabile attesa di ascoltare le nostre invocazioni al suo dolce Nome.
Non è sublime questo? Prova a rifletterci per un po’, diventerà più fiduciosa la tua preghiera, più amore avrai per la Madonna, più considerazione avvertirai per il Rosario. Non ti staccherai più dal Rosario.
Se la Madonna recita il Rosario con noi, questa preghiera è potente proprio per questo. Ecco perché la Madonna indica il Rosario come l’Arma potente. Anzi, è l’Arma più potente per combattere satana e il suo esercito del male. La battaglia a livello spirituale che si combatte è terribile, e la nostra vittoria sul male non può avvenire senza l’aiuto della Madonna.
Proclamando l’Anno del Rosario nell’ottobre del 2002, Giovanni Paolo II ha detto: “Riprendete con fiducia tra le mani la Corona del Rosario. Oggi siamo davanti a nuove sfide. Perché non riprendere in mano la Corona?
Il Rosario conserva tutta la sua forza e rimane una risorsa non trascurabile nel corredo di ogni buon evangelizzatore”.
Don Dolindo Ruotolo scriveva sul Rosario: La Corona non è semplicemente un oggetto per contare una serie di Ave, di Pater, di Gloria, ma è come un libro che il cristiano -anche il più ignorante- porta con sé e legge; è un legame di amoroso ricordo che ci unisce a Gesù e a Maria; è una collana di perle celesti, perché ogni granello è un tesoro di indulgenze e un pegno di misericordia per i meriti di Gesù e di Maria.
I grani del Rosario sono come lo svolgersi di una pellicola cinematografica, perché ricordano i grandi misteri della Redenzione e li ripresentano all’anima. Senza il Rosario chi avrebbe più ricordato i misteri della Redenzione? Eppure, il loro ricordo è il segreto della vita interiore, ed è indispensabile perché noi possiamo essere cristiani veri e portare il sigillo di Gesù”.
La Corona è sempre in mano ai figli di Maria, che vivono gioiosamente uniti a Lei, alla sua scuola evangelica. La Corona non è un oggetto che si mostra per esibizionismo, ma un oggetto che si ama, si bacia quando si prende in mano, si considera oggetto sacro perché benedetto e per la potenza che la Madonna vi ha riposto.
Il Papa Giovanni Paolo II ha indicato a tutti la Corona del Rosario, l’ha mostrata ai giovani negli incontri e l’ha consegnata: “Consegno oggi idealmente anche a voi, cari giovani, la Corona del Rosario. Attraverso la preghiera e la meditazione dei misteri, Maria vi guida con sicurezza verso il suo Figlio!”.
Mons. Giuseppe Pullano, Vescovo del Santuario di Tindari, innamorato di questa potente preghiera, così ha scritto: “Il Santo Rosario è il salterio di Maria, la preghiera più bella, quella che rende più onore alla Vergine e fa più bene a noi perché è un insieme di contemplazione e di orazione”.
Papa Leone XIII ha scritto nell’Enciclica “Diuturni temporis”, proprio per evidenziare l’importanza della Corona: “… questa meravigliosa Corona è un intreccio di salutazioni angeliche, intercalate dall’orazione del Signore, unite dalla meditazione. Così composto, il Rosario costituisce la forma più eccellente di preghiera, e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna. Poiché, oltre alla eccellenza delle sue preghiere, esso ci offre una salda difesa della nostra Fede e un sublime modello di virtù nei misteri proposti alla nostra contemplazione

venerdì 10 febbraio 2012

Quale preghiera



Estratto da
Santo Rosario meditato

di Padre Giulio Maria Scozzaro

Quale preghiera
Il Santo Rosario è preghiera trinitaria, perché si ripete l’inno di adorazione alla Trinità.
È preghiera cristocentrica, perché Gesù è l’oggetto del nostro amore per mezzo di Maria; in ogni Ave Maria è Lui che benediciamo insieme e per mezzo di sua Madre: “Benedetto…Gesù”. Lo ripetiamo in ogni Ave Maria.
È la preghiera della famiglia, oggi tanto bisognosa di aiuti divini per non disgregarsi, per i genitori vivere coerentemente, per i figli non seguire le mode immorali e fuorvianti di questa società. I giovani oggi sono così abbandonati… In quante famiglie si recita il Santo Rosario e quale genitore istruisce i figli in questa santa preghiera? Giovanni Paolo II ha detto ai giovani: “Cari giovani… il Santo Rosario ci introduce nel cuore stesso della Fede; stimate il Rosario, fatene un canto elevato alla Vergine Maria e vi sia caro recitarlo”.
In un messaggio ai giovani ha detto loro: “Non vergognatevi di recitare il Rosario da soli, mentre andate a scuola, all’università o al lavoro, per strada e sui mezzi di trasporto pubblico; abituatevi a recitarlo tra voi, nei vostri gruppi, movimenti e associazioni; non esitate a proporne la recita in casa, ai vostri genitori e ai vostri fratelli, poiché esso ravviva e rinsalda i legami tra i membri della famiglia. Questa preghiera vi aiuterà ad essere forti nella Fede, costanti nella carità, gioiosi e perseveranti nella speranza”.
Questa è la testimonianza di Annamaria: “Un mio grande desiderio è che tutti i fedeli abbiano il coraggio di recitare -anche se per proprio conto- il Santo Rosario pubblicamente, senza paura, senza imbarazzi. L’altro giorno, mentre ero in attesa di una visita medica, ho tirato fuori il Rosario ed ho cominciato a pregare. Il giorno dopo, mentre ero in tram a Milano, con un po’ di timidezza ho preso la mia coroncina senza nascondere che, pur sommessamente, recitavo il Rosario. E se tutti osassimo far questo? C’è sempre un momento per recitare il Rosario. Ovunque lo si può fare: magari durante la pausa del pranzo, anche con un solo collega, oppure in strada… Sarebbe una testimonianza contagiosa, capace di moltiplicare il coro di voci che si levano in onore di Maria”.
Meraviglia di Grazie porta a tutti noi il Santo Rosario. È la preghiera che tocca i cuori induriti dei figli di Maria, lontani dal Cuore di Maria e che Lei vuole riportare a Gesù.
È la preghiera di chi ama veramente Maria, e che ha incontrato Gesù nella propria vita. Chi ama Maria, non si annoia nella recita del Rosario, anzi, trova nel Rosario il momento dell’incontro con il soprannaturale, per gustare la pace dei sensi, la forza per camminare santamente.
Ho conosciuto la storia di un uomo, che di giorno aveva mille difficoltà per recitare una sola Corona del Rosario, anzi, la cominciava e poi a causa del telefono, lavoro, letture, impegni, commissioni, appuntamenti ed altro, non riusciva a terminarla. Ne recitava solo alcune decine. Questa impossibilità riusciva a superarla di notte, perché soffriva di una forma di insonnia, per cui, si svegliava sempre tra le 2 e le 3, prendeva la Corona e nella quiete del silenzio, nella contemplazione dei misteri, pregava molto il Rosario. Invece di lamentarsi ed annoiarsi, trovava il modo per santificare il tempo che restava sveglio. Si addormentava serenamente invocando i nomi di Gesù e di Maria.
La preghiera vince Dio, ottiene tutto da Dio se è preghiera che corrisponde alla sua volontà, perché così ha stabilito Egli stesso. E la preghiera più potente che penetra i Cieli, che trova sempre accoglienza presso Dio e che Lui gradisce è il Santo Rosario. Non solo perché chiediamo l’intercessione di Maria, ma perché Lei prega sempre con noi, e Dio nulla nega all’unica Creatura che ha corrisposto pienamente, perfettamente alla sua volontà. È la stessa Maria Santissima la preghiera più armoniosa e soave salita dalla terra al Cielo.
Nei Santuari di Loreto, Lourdes, Pompei, Fatima, soprattutto, si ripete migliaia e migliaia di volte, dalla mattina alla sera, la dolce preghiera: “Ave Maria…Madre Dio…prega per noi peccatori”. Salgono al Cielo milioni di invocazioni di aiuti, di suppliche, di ringraziamenti a Maria. San Francesco d’Assisi per questo poteva dire: “All’Ave Maria trema tutto l’inferno e gioisce tutto il Paradiso”.
L’Ave Maria è il nostro saluto più gradito a Maria, e possiamo ripeterlo dovunque ci troviamo, in qualunque momento, perché la recita di una sola Ave Maria dura meno di 10 secondi. Sono momenti in cui ci uniamo a Maria, in cui La invochiamo nella gioia e nel dolore, in un periodo difficile, personale, familiare o di lavoro. Una sola Ave Maria può cambiare in meglio l’esito che attendiamo, può cambiare i pareri degli altri, portare serenità in una discussione, calmare la mente di chi è nervoso, allontanare immediatamente una brutta tentazione, darci fiducia e quiete quando siamo turbati. Una sola Ave Maria fa tremare l’inferno, e il diavolo non può rimanere vicino a chi invoca Maria, ama Maria e ha fiducia in Maria.
La devozione alle tre Ave Maria ha aiutato moltissimi fedeli, ed io consiglio a chi non riesce a recitare il Santo Rosario, di ripetere molto spesso nella giornata tre Ave Maria, ringraziando Dio Padre per averci donato il Figlio, per averci dato una Madre senza uguali, per tutti i doni elargiti a noi senza che ce ne accorgessimo.
Il Padre ci ha fatto un grande dono donandoci il Figlio eterno; Gesù ha fatto a noi un grande dono anche poco prima di morire. In punto di morte si dona a coloro che si ama, la cosa più cara. Gesù poco prima di morire crocifisso lascia il suo Tesoro che più amava -la Madre- a tutti noi, amati sempre in modo infinito.
Una preghiera molto semplice e poesia molto profonda, scriveva Jean Galot: “Verso di Te, Maria, sale con il Rosario la poesia della nostra preghiera, preghiera molto semplice come la tua propria anima; poesia molto profonda che sorge dalla vicinanza di Dio, offerta del nostro amore che vuole raggiungere il tuo amore, e con il tuo aiuto entrare nel mistero di Cristo”.
Don Dolindo Ruotolo così scriveva in una lettera: “Per questa preghiera la Chiesa dedica una festa solenne, perché sintesi di tutte le feste che sono un Rosario continuo nell’annuale ciclo liturgico. Si intona questo mistico Rosario con l’Avvento, si chiude con le feste mariane d’ottobre, per ripigliarci di nuovo, fino a che la Chiesa militante sarà trionfante nella Gloria di tutti i suoi Santi”.
A Padre Pio chiesero, qualche giorno prima di morire, un dono particolare. Rispose: “Amate la Madonna e fatela amare. Recitate sempre il Rosario”.
Consigli che tutti i suoi figli spirituali hanno accolto e diffuso, perché confermata da un Santo l’efficacia della preghiera, tanto gradita alla Madonna. Anche se in molte Chiese non si recita più, dobbiamo essere noi ad invitare i fedeli alla recita. Diciamolo che non è una preghiera passata, anche perché in Dio tutto è sempre presente. Anche oggi la Madonna ci invita a recitarlo.
Padre Pio era a conoscenza della graduale e minacciosa ribellione contro il Rosario nella Chiesa, e rispondeva a chi preoccupato raccontava quanto si diceva contro il Rosario: “Satana mira sempre a distruggere questa preghiera, ma non ci riuscirà mai: è la preghiera di Colei che trionfa su tutto e su tutti. È Lei che ce l’ha insegnata, come Gesù ci ha insegnato il Pater noster”.

martedì 7 febbraio 2012

Papa: Quaresima, il cristiano testimoni che si sente “custode” degli altri

» 07/02/2012 10:48
VATICANO da asianews

Messaggio di Benedetto XVI. “Prestare attenzione” gli uni agli altri significa curare sia la via materiale che quella spirituale, personale e comunitaria, superando l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». La “correzione fraterna”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone”, in quanto essi sono “membra dello stesso corpo”. Una fratellanza che è dimensione sociale e per questo si deve esprimere sia nella cura per le necessità materiali dell’altro, sia nell’attenzione per la sua vita spirituale, che può portare alla “correzione fraterna”.

Prende spunto da un passo della Lettera agli Ebrei (Eb 10,24): “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”, il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2012, reso noto oggi, nel quale il Papa esorta a rinnovare il cammino di fede, “sia personale che comunitario”.

Guardando al versetto citato, Benedetto XVI sottolinea l’importanza del “prestiamo attenzione”. Il verbo del testo greco (katanoein) significa “osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà”. Il termine “invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfrGen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene”.

“Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore”.

“L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui”.

Il “prestare attenzione” al fratello, prosegue il documento del Papa, “comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo”.

“E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello”.

Il Papa parla di una “custodia” verso gli altri che “contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana!”

“I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano”.

"Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone". L’espressione della Lettera agli Ebrei “ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio”. 

venerdì 3 febbraio 2012

Padre Amorth, re d'esorcismi: "Prima volta con un contadino" Il più famoso esorcista d'Italia racconta in un libro la sua vita e le terrificanti battaglie per sconfiggere il demonio


DA LIBEROQUOTIDIANO.IT DEL 03/02/2012


Anticipiamo alcuni brani del libro L’ultimo esorcista (Piemme, pp. 266, euro 16,5), scritto da Padre Gabriele Amorth assieme a Paolo Rodari, vaticanista del Foglio. Il volume sarà in libreria martedì prossimo. Sul numero di Panorama oggi in edicola si trova un’altra anticipazione del libro corredata da un’inchiesta di Ignazio Ingrao sugli esorcisti.
Ogni volta che faccio un esorcismo entro in battaglia. Prima di entrarvi indosso una corazza. Una stola viola i cui lembi sono più lunghi di quelli che solitamente indossano i preti quando dicono messa. La stola spesso la avvolgo attorno alle spalle del posseduto. È efficace, serve a tranquillizzare i posseduti quando, durante l’esorcismo, vanno in trance, sbavano, urlano, acquisiscono una forza sovrumana e attaccano. Quindi porto con me il libro in latino con le formule di esorcismo. Dell’acqua benedetta che a volte spruzzo sull’indemoniato. E un crocifisso con incastonata dentro la medaglia di san Benedetto. È una medaglia particolare, molto temuta da Satana.
La battaglia dura ore. E non si conclude quasi mai con la liberazione. Per liberare un posseduto ci vogliono anni. Tanti anni. Satana è difficile da sconfiggere. Spesso si nasconde. Si cela. Cerca di non farsi trovare. L’esorcista deve stanarlo. Deve obbligarlo a rivelargli il suo nome. E poi, nel nome di Cristo, deve obbligarlo a uscire. Satana si difende con tutti i mezzi. L’esorcista si fa aiutare da dei collaboratori incaricati di tenere fermo il posseduto. Nessuno di questi può parlare col posseduto. Se lo facessero, Satana ne approfitterebbe per attaccarli. L’unico che può parlare col posseduto è l’esorcista. Questi non dialoga con Satana. Semplicemente gli rivolge degli ordini. Se dialogasse con lui, Satana lo confonderebbe fino a sconfiggerlo.

Oggi faccio esorcismi su cinque o sei persone al giorno. Fino a qualche mese fa ne facevo molti di più, anche dieci o dodici. Esorcizzo sempre, anche di domenica. Anche a Natale. Tant’è che un giorno padre Candido mi disse: «Devi prenderti dei giorni di riposo. Non puoi esorcizzare sempre». «Ma io non sono come te» risposi. «Tu hai un dono che io non ho. Solo ricevendo una persona per qualche minuto sai dire se è posseduta o meno. Io non ho questo dono. Prima di capire devo ricevere ed esorcizzare».   Col passare degli anni ho acquisito molta esperienza. Ma ciò non significa che «il gioco» sia più facile. Ogni esorcismo è un caso a sé stante. Le difficoltà che incontro oggi sono le medesime che incontrai la prima volta quando, dopo mesi di prove da solo in casa, padre Candido mi disse: «Coraggio, oggi tocca a te. Oggi entri in battaglia».

«Sei proprio sicuro che sono pronto?»
«Nessuno è mai pronto per questo genere di cose. Ma tu sei sufficientemente preparato per cominciare. Ricordati. Ogni battaglia ha i suoi rischi. Tu dovrai correrli uno per uno».
 Il momento fatidico
L’Antonianum è un grande complesso situato a Roma in via Merulana, poco distante da piazza San Giovanni in Laterano. Lì, in una stanza poco accessibile ai più, faccio il mio primo grosso esorcismo. È il 21 febbraio 1987. Un frate francescano di origine croata, padre Massimiliano, ha chiesto aiuto a padre Candido per il caso di un contadino dell’agro romano che, secondo il suo parere, ha bisogno di essere esorcizzato. Padre Candido gli dice: «Non ho tempo. Ti mando padre Amorth». Entro nella stanza dell’Antonianum da solo. Sono arrivato con qualche minuto d’anticipo. Non so cosa aspettarmi. Ho fatto tanta pratica. Ho studiato tutto quello che c’è da studiare. Ma operare sul campo è un’altra cosa. So poco della persona che devo esorcizzare. Padre Candido è stato piuttosto vago. Il primo a entrare nella stanza è padre Massimiliano. Dietro di lui, un’esile figura. Un uomo di venticinque anni, magro. Si notano le sue umili origini. Si vede che tutti i giorni ha a che fare con un lavoro bellissimo ma anche molto duro. Le mani sono ossute e grinzose. Mani che lavorano la terra. Prima ancora che inizi a parlargli, entra una terza persona, inaspettata.
«Lei chi è?» chiedo.
«Sono il traduttore» dice.
«Il traduttore?»
Guardo padre Massimiliano e chiedo spiegazioni. So che ammettere nella stanza dove si svolge un esorcismo una persona non preparata può essere fatale. Satana durante un esorcismo attacca i presenti se impreparati. Padre Massimiliano mi rassicura: «Non gliel’hanno detto? Quando va in trance parla solo in inglese. Serve un traduttore. Altrimenti non sappiamo cosa vuole dirci. È una persona preparata. Sa come comportarsi. Non commetterà ingenuità». Indosso la stola, prendo in mano il breviario e il crocifisso. A portata di mano tengo l’acqua benedetta. Inizio a recitare l’esorcismo in latino. «Non ricordarti, Signore, delle colpe nostre o dei nostri genitori e non punirci per i nostri peccati. Padre nostro... E non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male».

Una statua di sale
Il posseduto è una statua di sale. Non parla. Non reagisce. Rimane immobile seduto sulla sedia di legno dove l’ho fatto accomodare. Recito il salmo 53. «Dio, per il tuo nome salvami, per la tua potenza rendimi giustizia. Dio, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alle parole della mia bocca, poiché sono insorti contro di me gli arroganti e i prepotenti insidiano la mia vita, davanti a sé non pongono Dio...».  Ancora nessuna reazione. Il contadino sta in silenzio, lo sguardo fisso per terra. (...)  «Salva il tuo servo qui presente, Dio mio, poiché spera in te. Sii per lui, Signore, torre di fortezza. Di fronte al nemico, niente possa il nemico contro di lui. E il figlio dell’iniquità non gli possa nuocere. Manda, Signore, il tuo aiuto dal luogo santo. E da Sion mandagli la difesa. Signore, esaudisci la mia preghiera. E il mio grido giunga a te. Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito».

È a questo punto che, di colpo, il contadino alza la testa e mi fissa. E nello stesso istante esplode in un urlo rabbioso e spaventoso. Diventa rosso e inizia a urlare invettive in inglese. Rimane seduto. Non si avvicina a me. Sembra temermi. Ma insieme vuole spaventarmi. «Prete finiscila! Zitto, zitto, zitto!»
E giù bestemmie, parolacce, minacce. Accelero col rituale. (...) Il posseduto continua a urlare: «Zitto, zitto, stai zitto». E sputa per terra e addosso me. È furioso. Sembra un leone pronto al grande balzo. È evidente che la sua preda sono io. Capisco che devo andare avanti. E arrivo fino al «Praecipio tibi» - «Comando a te». Ricordo bene quanto mi aveva detto padre Candido le volte che mi aveva istruito sui trucchi da usare: «Ricordati sempre che il “Praecipio tibi” è spesso la preghiera risolutiva. Ricordati che è la preghiera più temuta dai demoni. Credo davvero sia la più efficace. Quando il gioco si fa duro, quando il demonio è furioso e sembra forte e inattaccabile, arriva in fretta lì. Ne trarrai giovamento nella battaglia. Vedrai quanto è efficace quella preghiera. Recitala a voce alta, con autorità. Buttala addosso al posseduto. Ne vedrai gli effetti». (...) Il posseduto continua a urlare. Adesso il suo lamento è un ululato che sembra venire dalle viscere della terra. Insisto. «Esorcizzo te, immondissimo spirito, ogni irruzione del nemico, ogni legione diabolica, nel nome del nostro Signore Gesù Cristo, di sradicarti e fuggire da questa creatura di Dio».

Grida spaventose
L’urlo diviene ululato. E diviene sempre più forte. Sembra infinito. «Ascolta bene e trema, o Satana, nemico della fede, avversario degli uomini, causa della morte, ladro della vita, avversario della giustizia, radice dei mali, fomite dei vizi, seduttore degli uomini, ingannatore dei popoli, incitatore dell’invidia, origine dell’avarizia, causa della discordia, suscitatore delle sofferenze». Gli occhi gli vanno all’indietro. La testa penzola dietro lo schienale della sedia. L’urlo continua altissimo e spaventoso. Padre Massimiliano cerca di tenerlo fermo mentre il traduttore arretra spaventato di qualche passo. Gli faccio segno di indietreggiare ulteriormente. Satana si sta scatenando. «Perché stai lì e resisti, mentre sai che Cristo Signore ha distrutto i tuoi disegni? Temi colui che è stato immolato nella figura di Isacco, è stato venduto nella persona di Giuseppe, è stato ucciso nella figura dell’agnello, è stato crocifisso come uomo e poi ha trionfato sull’inferno. Vattene nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Il demonio sembra non cedere. Ma il suo grido ora si attenua. Adesso mi guarda. Un po’ di bava gli esce dalla bocca. Lo incalzo. So che devo costringerlo a svelarsi, a dirmi il suo nome. Se mi dice il suo nome è segno che è quasi sconfi tto. Svelandosi, infatti, lo costringo a giocare a carte scoperte. «E ora dimmi, spirito immondo, chi sei? Dimmi il tuo nome! Dimmi, nel nome di Gesù Cristo, il tuo nome!». È la prima volta che faccio un grosso esorcismo e, dunque, è la prima volta che chiedo a un demonio di rivelarmi il suo nome. La sua risposta mi raggela. «I’m Lucifer» dice con voce bassa e cadenzando lentamente tutte le sillabe. «Io sono Lucifero». Non devo cedere. Non devo arrendermi ora. Non devo mostrarmi spaventato. Devo continuare l’esorcismo con autorità. Sono io che conduco il gioco. Non lui.
«Impongo a te, serpente antico, nel nome del giudice dei vivi e dei morti, del tuo Creatore, del Creatore del mondo, di colui che ha il potere di precipitarti nella Geenna, affinché te ne vada via subito, con paura e insieme al tuo esercito furioso, da questo servo di Dio che ha fatto ricorso alla Chiesa. Lucifero, io ti impongo di nuovo, non in forza della mia debolezza, ma per la forza dello Spirito Santo, di uscire da questo servo di Dio, che Dio onnipotente ha creato a sua immagine. Cedi, dunque, cedi non a me ma al ministro di Cristo. Te lo impone il potere di colui che ti ha soggiogato con la sua croce. Trema di fronte alla forza di colui che, vinte le sofferenze infernali, ha ricondotto le anime alla luce».

Il posseduto torna a ululare. La testa buttata di nuovo dietro lo schienale della sedia. La schiena curva. È passata più di un’ora. Padre Candido mi ha sempre detto: «Finché hai energie e forze vai avanti. Non si deve cedere. Un esorcismo può durare anche un giorno. Cedi solo quando capisci che il tuo fisico non regge». Ripenso a tutte le parole che mi ha detto padre Candido. Vorrei tanto fosse qui vicino a me. Ma non c’è. Devo fare da solo. (...)

Non pensavo, prima d’iniziare, che potesse succedere. Ma d’un tratto ho la netta sensazione della presenza demoniaca davanti a me. Sento questo demonio che mi fissa. Mi scruta. Mi gira intorno. L’aria è diventata fredda. C’è un freddo terribile. Anche di questi sbalzi di temperatura mi aveva preavvertito padre Candido. Ma un conto è sentire parlare di certe cose. Un conto è provarle. Cerco di concentrarmi. Chiudo gli occhi e a memoria continuo la mia supplica. «Esci, dunque, ribelle. Esci seduttore, pieno di ogni frode e falsità, nemico della virtù, persecutore degli innocenti. Lascia il posto a Cristo, in cui non c’è niente delle tue opere (...)».

È a questo punto che accade un fatto inaspettato. Un fatto che non si ripeterà più nel corso della mia lunga «carriera» di esorcista. Il posseduto diventa un pezzo di legno. Le gambe stese in avanti. La testa allungata all’indietro. E inizia a levitare. Si alza in orizzontale di mezzo metro sopra lo schienale della sedia. Resta lì, immobile, per parecchi minuti sospeso nell’aria. Padre Massimiliano arretra. Io resto al mio posto. Il crocifisso ben stretto nella mano destra. Il rituale nell’altra. Mi ricordo della stola. La prendo e lascio che un lembo tocchi il corpo del posseduto. Questi è ancora immobile. Rigido. Zitto. Provo ad affondare un altro colpo. «(...) Mentre puoi ingannare l’uomo, non puoi irriderti di Dio. Ti caccia via lui, ai cui occhi niente è nascosto. Ti espelle lui, alla cui forza tutte le cose sono soggette. Ti esclude lui, che ha preparato per te e per i tuoi angeli il fuoco eterno. Dalla sua bocca esce una spada tagliente: lui che verrà a giudicare i vivi e i morti, e i tempi per mezzo del fuoco. Amen».

Infine, la liberazione
Un tonfo accoglie il mio Amen. Il posseduto si affloscia sulla sedia. Farfuglia parole che fatico a comprendere. Poi dice in inglese: «Uscirò il 21 giugno alle ore 15. Uscirò il 21 giugno alle ore 15». Quindi mi guarda. Adesso i suoi occhi non sono altro che gli occhi di un povero contadino. Sono pieni di lacrime. Capisco che è tornato in sé. Lo abbraccio. E gli dico: «Finirà presto». Decido di ripetere l’esorcismo tutte le settimane. Tutte le volte si ripete la stessa scena. La settimana del 21 giugno lo lascio libero. Non voglio interferire con il giorno in cui Lucifer ha detto che sarebbe uscito. So che non devo fi darmi. Ma a volte il diavolo non è in grado di mentire. La settimana successiva a quella del 21 giugno lo riconvoco. Arriva come sempre accompagnato da padre Massimiliano e dal traduttore. Sembra sereno. Inizio a esorcizzarlo. Nessuna reazione. Resta calmo, lucido, tranquillo. Gli spruzzo un po’ d’acqua benedetta addosso. Nessuna reazione. Gli chiedo di recitare con me l’Ave Maria. La recita tutta senza dare in escandescenze. Gli chiedo di raccontarmi cosa è successo il giorno in cui Lucifer ha detto che se ne sarebbe andato via da lui. Mi dice: «Come tutti i giorni sono andato a lavorare da solo nei campi. Nel primo pomeriggio ho deciso di fare un giro con il trattore. Alle 15 mi è venuto da urlare fortissimo. Credo di aver fatto un urlo terrificante. Alla fine dell’urlo mi sentivo libero. Non so spiegarlo. Ero libero». Non mi capiterà più un caso simile. Non sarò mai più così fortunato, liberare un posseduto in così poche sedute, in soli cinque mesi, un miracolo.
di Padre Gabriele Amorth*(scritto con Paolo Rodari)