mercoledì 7 marzo 2012

LA STORIA DELL'ABUSO DELLA COMUNIONE SULLA MANO



LA STORIA DELLA COMUNIONE SULLA MANO
Cronistoria di un abuso liturgico filo-protestante: ecco come il nuovo modo della Comunione nelle mani si fece largo nella Chiesa
intervista a Don Marcello Stanzione, Presidente dell’Associazione ‘Milizia di San Michele Arcangelo’

Città del Vaticano - Nel XVI secolo, i riformatori protestanti, nel loro nuovo culto cristiano, ristabilirono la Comunione sulla mano per affermare due loro eresie fondamentali: non esisteva affatto la cosiddetta ‘transustanziazione’ e il pane usato era pane comune.
In altre parole, sostenevano che la reale presenza di Cristo nell’Eucarestia fosse solo una superstizione papista ed il pane fosse solo semplice pane e chiunque lo potesse maneggiare. Inoltre, affermarono che il ministro della Comunione non fosse affatto Diverso, nella sua natura, dai laici. É invece insegnamento cattolico che il Sacramento dell’Ordine Sacro dona all’uomo un potere spirituale, sacramentale, imprime cioè un segno indelebile nella sua anima e lo rende sostanzialmente diverso dai laici.
Al contrario, il ministro protestante è un uomo comune che guida gli inni, fa sermoni per sostenere le convinzioni dei credenti. Egli non può trasformare il pane ed il vino nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signore, non può benedire, non può perdonare i peccati, non può, in una parola, fare niente che non possa fare un qualsiasi semplice laico.
Egli, dunque, non è veicolo di grazia soprannaturale. Il ristabilimento protestante della Comunione nella mano fu un ‘semplice’ modo per manifestare il rifiuto di credere nella reale presenza di Cristo nell’Eucarestia, rifiuto del Sacerdozio Sacramentale, in breve il negare l’intero Cattolicesimo. Da quel momento in avanti, la Comunione sulla mano acquistò un significato chiaramente anticattolico. Era una pratica palesemente anticattolica, fondata sulla negazione della reale presenza di Cristo nell’Eucarestia e del Sacerdozio. Dopo il Concilio Vaticano II, in Olanda, alcuni preti cattolici di mentalità protestante cominciarono a dare la Comunione sulla mano, scimmiottando la pratica protestante.
Ma alcuni Vescovi olandesi, anziché fare il loro dovere e condannare l’abuso, lo tollerarono e in tal modo permisero che l’abuso continuasse incontrollato. La pratica si diffuse dunque alla Germania, al Belgio, alla Francia. Ma se alcuni Vescovi parvero indifferenti a questo scandalo, gran parte del laicato di allora rimase oltraggiato. Fu l’indignazione di un grande numero di fedeli che spinse Papa Paolo VI a prendere l’iniziativa di sondare l’opinione dei Vescovi del mondo su questa questione ed essi votarono unicamente per MANTENERE la pratica tradizionale di ricevere la Santa Comunione sulla lingua.
É anche doveroso notare che, a quell’epoca, l’abuso era limitato a pochi Paesi Europei, tanto che non era ancora iniziato negli Stati Uniti e in America Latina. Papa Paolo VI promulgò allora, il 28 maggio 1969, il documento ‘Memoriale Domini’ in cui affermava testualmente: ‘I Vescovi del mondo sono unanimemente contrari alla Comunione sulla mano. Deve essere osservato questo modo di distribuire la Comunione, ossia il sacerdote deve porre l’Ostia sulla lingua dei comunicandi. La Comunione sulla lingua non toglie dignità in nessun modo a chi si comunica. Ogni innovazione può portare all’irriverenza ed alla profanazione dell’Eucarestia, così come può intaccare gradualmente la dottrina corretta’. Il documento, inoltre, affermava: ‘Il Supremo Pontefice giudica che il modo tradizionale ed antico di amministrare la Comunione ai fedeli non deve essere cambiato. La Sede Apostolica invita perciò fortemente i Vescovi, i preti ed il popolo ad osservare con zelo questa legge’.
Ma poiché questa era l’epoca del compromesso, il documento pontificio conteneva il germe della sua stessa distruzione, poiché l’Istruzione continuò dicendo che, dove l’abuso si era già fortemente consolidato, poteva essere legalizzato con la maggioranza dei due terzi in un ballottaggio segreto della Conferenza Episcopale Nazionale (a patto che la Santa Sede confermasse la decisione).
Ciò finì a vantaggio dei sostenitori della Comunione nella mano. E si deve sottolineare che l’Istruzione diceva dove l’abuso si è già consolidato. Naturalmente, il clero di mentalità protestante (compreso il nostro) concluse che, se questa ribellione poteva essere legalizzata in Olanda, poteva essere legalizzata ovunque. Si pensò che, ignorando il ‘Memoriale Domini’ e sfidando la legge liturgica della Chiesa, questa ribellione non solo sarebbe stata tollerata, ma alla fine legalizzata.
Questo fu esattamente ciò che accadde, ed ecco perché abbiamo oggi la pratica della Comunione sulla mano. La Comunione sulla mano, quindi, non solo fu avviata nella disobbedienza, ma fu perpetuata con l’inganno. La propaganda, negli anni ’70, fu usata per proporre la Comunione sulla mano ad un popolo ingenuo, con una campagna di mezze verità che dava ai cattolici la falsa impressione che il Vaticano II avesse fornito una disposizione per l’abuso, quando, di fatto, non vi è accenno in proposito in nessuno dei documenti del Concilio.
Inoltre, non venne detto ai fedeli che la pratica fu avviata da un clero di mentalità filoprotestante e filomassone, in spregio alla Legge liturgica stabilita, ma la fecero suonare come una richiesta da parte del laicato; non chiarirono, gli assertori della Comunione nelle mani, che i Vescovi del mondo, quando fu sondata la loro opinione, votarono unanimemente contro questa pratica; non fecero riferimento al fatto che il permesso doveva essere solo una tolleranza dell’abuso, laddove si fosse già instaurato nel 1969, e che non vi era stato alcun una via libera perché la Comunione nelle mani si diffondesse ad altri Paesi come l’Italia e gli Stati Uniti d’America. Siamo ora arrivati al punto in cui la pratica dell’Ostia sulla mano è addirittura presentata come il modo migliore di ricevere l’Eucarestia, e anche la maggior parte dei nostri fanciulli cattolici è stata male istruita a ricevere la Prima Comunione. Ai fedeli si dice che è una pratica facoltativa e se a loro non piace, possono ricevere la Comunione sulla lingua.
La tragedia è che se questo è facoltativo per il laicato, non lo è per il clero. I preti sono chiaramente istruiti ad amministrare la Comunione sulla mano, che a loro piaccia o no, a chiunque lo richieda, gettando così moltissimi preti in una agonizzante crisi di coscienza.
É dunque evidente che nessun prete può essere legittimamente forzato ad amministrare la Comunione sulla mano; dobbiamo pregare affinché il maggior numero di sacerdoti abbia il coraggio di salvaguardare la riverenza dovuta a questo Sacramento e non venga intrappolato in una falsa ubbidienza che fa sì che essi collaborino alla perdita di sacralità di Cristo nell’Eucarestia.
I preti devono trovare il coraggio di combattere questa nuova pratica che fa parte dell’occulta strategia di protestantizzazione del Cattolicesimo, ricordando che Papa Paolo VI, giustamente, predisse che la Comunione sulla mano avrebbe portato all’irriverenza e alla profanazione dell’Eucarestia e ad una graduale erosione della dottrina ortodossa.
Questo abuso illegittimo si è così ben radicato come una tradizione locale, che anche Papa Giovanni Paolo II non ebbe successo a denunciare, nonostante un suo tentativo per frenare l’abuso.
Nella sua Lettera ‘Dominae Cenae’ del 24 febbraio 1980, il Pontefice polacco riaffermò gli insegnamenti della Chiesa secondo cui toccare le Sacre Specie e amministrarle con le proprie mani è un privilegio dei consacrati. Ma, per un qualsivoglia motivo, questo documento di 28 anni fa non conteneva nessuna minaccia di sanzioni contro laici, sacerdoti o Vescovi che avessero ignorato la difesa dell’uso della Comunione sulla lingua come voleva il Papa. Una legge senza una pena non è una legge, bensì un suggerimento.
Cosicché, il documento di Giovanni Paolo II fu accolto da diversi membri del clero dei Paesi dell’Occidente come un suggerimento non apprezzato e purtroppo trascurato.
[Fonte: Petrus 29 marzo 2008]


ITINERARIO VERSO IL FATTO COMPIUTO
Sull'onda della denuncia di forzature liturgiche indebite, per non generare ulteriore scandalo nei semplici, consigliamo la lettura di questo articolo a quei preti e frati che fanno "fatica" ad accettare il fatto che i tempi cambino. E che nella Liturgia ci si debba adeguare alla Tradizione, non al proprio capriccio.

di don Gabriel Diaz Patri 
Papa Benedetto XVI ha distribuito negli ultimi mesi in alcune importanti cerimonie pontificie l’Eucaristia in bocca e con i comunicanti in ginocchio, e dalle dichiarazioni del suo maestro di cerimonie sembra che questa sia la pratica per il futuro. Lo studio che ha fatto da battistrada per riprendere in considerazione la delicata materia della distribuzione dell’Eucaristia sulla mano è stato quello dell’allora vescovo di San Luis in Argentina, mons. Juan Rodolfo Laise, dal titolo Comunione sulla Mano – Documenti e Storia. Abbiamo chiesto a uno dei suoi principali collaboratori in questa vicenda un riassunto delle linee conduttrici di questa opera.
Questo libro si articola come un commento dettagliato dei documenti su cui si basa la legislazione vigente che riguarda questa materia, al quale si aggiunge una appendice che, compendiando il contesto storico in cui questi documenti nacquero, permette di comprendere meglio la mente del legislatore, elemento chiave per l’interpretazione di una legge. Infine, e dopo aver risposto ai principali argomenti invocati per giustificare la prassi della Comunione sulla mano, lo studio si conclude con una riflessione sull’applicazione concreta degli elementi esposti lungo le sue pagine.

Alcune verità dimenticate
Subito dall’inizio ci confrontiamo con una serie di concetti contrastanti con quanto normalmente sentiamo dire. Può sorprendere, per esempio, venire a conoscenza che questa maniera di ricevere la Comunione non fu trattata e neanche fu menzionata nel Concilio e che non fa parte della “Riforma liturgica” posteriore.
Grazie a una ricostruzione storica basata sul prezioso racconto dei fatti che fa mons. Annibale Bugnini, non solo testimone ma anche protagonista di essi, nel suo libro di memorie La Riforma liturgica 1948-1975, possiamo realizzare che, infatti, l’uso fu introdotto senza autorizzazione in certe regioni d’Europa verso la metà degli anni Sessanta. Nonostante Papa Paolo VI avesse già nel ‘65 determinato fermamente che in quei luoghi si doveva ritornare alla Comunione in bocca, questo e altri richiami posteriori dell’autorità suprema non ebbero alcun effetto.
Davanti a una resistenza che si dimostrava irremovibile, il Papa iniziò finalmente a prendere in considerazione (nel 1968) la possibilità di trovare una soluzione ritenendo pure che un cambio in questa materia rischiava di affievolire la fede del popolo nella presenza eucaristica.
 Un percorso accidentato
Infine il Papa, che, secondo le sue stesse parole, non poteva «esimersi dal considerare l’eventuale innovazione con ovvia apprensione», fece fare una consulta sub secreto all’episcopato mondiale.
Il risultato fu che la stragrande maggioranza si dichiarò contraria a qualsiasi concessione. Di conseguenza, Paolo VI diede ordine alla Congregazione per il Culto Divino perché preparasse «un progetto di documento Pontificio, nel quale: 1°) Si dia sommaria notizia dei risultati della consultazione dei Vescovi; 2°) la quale conferma il pensiero della S. Sede circa la inopportunità della distribuzione della S. Comunione sulla mano dei fedeli, indicandone le ragioni (liturgiche, pastorali, religiose, ecc.). Rimane pertanto confermata la norma vigente. 3°) Se alcune Conferenze episcopali, ciò nonostante, crederanno di dover permettere questa innovazione, vogliano ricorrere alla S. Sede, ed attenersi poi, se accordata l’implorata licenza, alle norme e istruzioni che la accompagneranno».
Fu così che il 29 maggio 1969 la Congregazione per il Culto Divino pubblicò l’istruzione Memoriale Domini, contenente la legislazione sull’argomento che è ancora in vigore e che si potrebbe sintetizzare in questa maniera: la proibizione della Comunione sulla mano rimane vigente in modo universale e si esortano vivamente i vescovi, sacerdoti e fedeli che si sottomettano diligentemente a questa legge nuovamente ribadita. Tuttavia, dove si fosse radicato questo uso introdotto in maniera illecita, si prevede la possibilità di concessione a quei settori che non sono disposti a ubbidire a questa esortazione.
In quei casi, «per aiutare le conferenze episcopali ad adempiere il proprio compito pastorale, nelle odierne circostanze, più scabrose che mai», il Papa dispose che le rispettive conferenze (con l’approvazione di due terzi dei suoi membri) avrebbero potuto chiedere un’autorizzazione a Roma affinché, ogni vescovo di quella conferenza, secondo la sua prudenza e coscienza, potesse permettere la pratica della Comunione in mano nella sua diocesi. Secondo i documenti trascritti da mons. Bugnini, con questa concessione si mirava probabilmente ad evitare che «in questi tempi di forte contestazione (...) l’autorità non venga battuta sulla breccia, mantenendo una proibizione che difficilmente avrebbe seguito nella pratica», giacché nello studiare le diverse possibili soluzioni si avvertiva: «è da prevedere anche una reazione violenta in alcune zone e una disubbidienza piuttosto diffusa dove l’uso è stato già introdotto».
Tuttavia, la volontà chiaramente restrittiva del legislatore indicava che la concessione doveva interpretarsi e applicarsi in modo da favorire il meno possibile la diffusione del rito. Questa legislazione non è mai stata modificata, né sono state allargate posteriormente le possibilità di introdurre la Comunione in mano.
Eppure le richieste delle conferenze episcopali – benché non ci fossero le condizioni richieste per domandare l’indulto –; l’insistenza nel riconsiderare il problema in luoghi dove già era stata previamente verificata l’assenza di quelle restrittive condizioni; la sua fin troppo facile concessione da parte del dicastero pertinente e, soprattutto, l’assoluto silenzio sulla disubbidienza irriducibile che era al cuore del problema; fecero sì che la prassi si estendesse quasi universalmente.
 Riscoperta o retrocessione?
Un secondo punto dello studio di mons. Laise che richiama l’attenzione riguarda il fatto che la nuova prassi non sarebbe davvero una «riscoperta» di una «antica tradizione», consistente «nel tornare a ricevere la Comunione come nella Chiesa delle origini e dei padri » come si sente dire spesso. Nella istruzione Memoriale Domini si dice chiaramente che, sebbene nel cristianesimo primitivo la sacra Comunione si riceveva normalmente in mano, «col passare del tempo si approfondì la conoscenza del mistero eucaristico, della sua efficacia e della presenza di Gesù Cristo in esso, in modo che, sia per il senso di riverenza verso questo Sacramento che per il senso di umiltà col quale bisogna riceverlo, si introdusse la pratica di collocare sulla lingua del comunicante la sacra Forma». Nel contesto si vede che per Paolo VI questo cambio fu un vero progresso. Nei testi antichi non si menziona che i Padri della Chiesa abbiano trovato alcun vantaggio nel comunicarsi ricevendo l’Eucaristia sulla mano, né che loro abbiano fatto elogi di questa prassi come tale.
Semplicemente non conoscevano altro. Anzi, nell’allertare ripetutamente sui pericoli ad essa collegati, i Padri evidenziano una imperfezione inerente a questa modalità di comunicarsi. Perciò, l’autore afferma che anche se la Comunione sulla mano fu, senza dubbio, il modo di comunicarsi dei santi Padri, la Comunione in bocca sembra il modo di riceverla che avrebbero desiderato avere. Così fu che col passar del tempo, a un determinato momento, un uso finì per sostituire l’altro, al punto che quello di prima non fu soltanto abbandonato ma addirittura esplicitamente proibito.
Lo zampino del Catechismo olandese...
Secoli più tardi l’uso di comunicarsi in mano fu ripreso dai riformatori protestanti con una chiara connotazione dottrinale. Secondo Martino Bucero, assessore della riforma anglicana, il distribuire la Comunione nella bocca si doveva a due “superstizioni”: il “falso onore” che si pretende attribuire a questo Sacramento e la “perversa credenza” che le mani dei ministri, a causa dell’unzione ricevuta nella ordinazione, siano più sante delle mani dei laici.
Perciò, quando nella seconda metà del secolo XX la Comunione sulla mano iniziò a penetrare negli ambienti cattolici, non si trattava più di un mero ritorno ad un uso primitivo: a partire dalla riforma e negli ultimi secoli, tale uso aveva acquisito una certa valenza contraria alla dottrina cattolica sulla presenza reale e sul sacerdozio.
Non è un caso, del resto, che proprio in uno dei primi luoghi dove la Comunione sulla mano s’introdusse abusivamente fosse stato pubblicato poco tempo prima un “Nuovo Catechismo” (il noto “Catechismo Olandese”) al quale la Santa Sede dovette imporre numerose modifiche (14 principali e 45 minori).
In questo testo, commissionato dall’episcopato olandese e presentato mediante una “lettera pastorale collettiva”, si metteva in dubbio la presenza reale e sostanziale di Cristo nell’Eucaristia, si dava una spiegazione inammissibile della transustanziazione e si negava qualsiasi forma di presenza di Gesù Cristo nelle particelle o frammenti staccatisi dall’Ostia dopo la Consacrazione. D’altra parte si faceva confusione fra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio gerarchico.
Un modo vale l’altro?
Terzo aspetto trattato dal presule argentino è che, persino dove è permesso l’uso della Comunione sulla mano, non si tratta di una opzione in più proposta dalla Chiesa di pari valore all’altro uso vigente.
Infatti, la posizione della Santa Sede riguardo alla maniera di comunicarsi non è indifferente: la Comunione in bocca è stato il modo chiaramente raccomandato mentre l’altro modo è soltanto tollerato (come consequenza di quello che l’autore definisce la «disubbidienza piú grave alla autorità papale negli ultimi tempi »), dovendosi inoltre prendere una serie di precauzioni, specialmente per ciò che riguarda la pulizia delle mani e la cura attenta delle particelle (prescrizioni che, del resto, sono di rado tenute in conto nella pratica).
Secondo quanto afferma l’istruzione Memoriale Domini, la modalità di comunicarsi in bocca che da un millenio ha sostituito universalmente la pratica di ricevere la Comunione sulla mano è propria alla preparazione che si richiede per ricevere il Corpo del Signore nel modo più fruttuoso possibile e assicura più efficacemente che la Sacra Comunione sia distribuita con riverenza, decoro e dignità, allontanando così ogni pericolo di profanare le sacre specie Eucaristiche, facendo attenzione con diligenza della cura che la Chiesa ha sempre raccomandato anche nei riguardi delle particelle stesse del pane consacrato (infatti, con la Comunione sulla mano ci vorrebbe ogni volta un miracolo perché non cadesse per terra una particella o non rimanesse un piccolo frammento aderito alla pelle).
Come ricordava Paolo VI nella Mysterium Fidei, Origene racconta che «i fedeli si credevano in colpa, “e giustamente”, se, ricevuto il corpo del Signore, pur conservandolo con ogni cautela e venerazione, ne cadesse per negligenza qualche frammento».
Le espressioni dei Padri, il cambiamento nel modo di ricevere la Comunione alla fine del primo millennio e gli argomenti di Paolo VI per negare la reintroduzione del modo antico, riflettono tutti l’unica fede della Chiesa nella presenza reale, sostanziale e permanente, persino nelle più piccole particelle, le quali esigono attenzione e adorazione. SS. Benedetto XVI non fa che mettere in pratica tutto questo.
Fonte Radici Cristiane Ottobre 2008.

Il diavolo è tra noi e vuole l'eucaristia in mano.

Che per le sette sataniche «il permesso ai fedeli di ricevere la comunione sulla mano ha rappresentato un punto di svolta» è cosa facilmente credibile.

Lo scrive Michela - il nome è volutamente inventato per mantenere l'anonimato dell'autrice - nell'affascinante quanto terribile racconto (a ruba nelle librerie) edito da Piemme, "Fuggita da Satana.

La mia lotta per scappare dall'inferno" (165 pagine, 10 euro), ed è logico comprendere come per coloro che intendano impossessarsi della sacra ostia per profanarla, questa sia più facilmente trafugabile se la si riceve sulla mano che non direttamente in bocca. Ma che dietro questa scelta, divenuta prassi in Italia nel 1989, ci sia lo zampino di Satana è cosa più discutibile anche se, per chi ha fede, non del tutto peregrina.

Vengono in mente le parole di Paolo VI inerenti quel fumo di Satana che si sarebbe insinuato nella Chiesa. Viene in mente il pronunciamento (spesso disatteso) dello stesso papa Montini nel 1969 a favore della comunione sulla lingua con qualche rara eccezione concessa esclusivamente in quei paesi (sostanzialmente l'Olanda e il Belgio) dove l'uso della distribuzione sulla mano era già in uso.

E viene in mente quell'ostinata e tenace battaglia mossa dal cardinale Siri contro la comunione sulla mano, battaglia che consentì alla Cei di non cambiare la prassi in auge da sempre della comunione sulla lingua, almeno fino a quel - per alcuni - famigerato 15-19 maggio 1989, quando, proprio pochi giorni dopo la scomparsa dell'ex arcivescovo di Genova (morì il 2 del mese), l'assemblea generale dei vescovi italiani, con un solo voto di scarto e «approfittando» dell'assenza di molti presuli, cambiò le regole e concesse che nelle diocesi italiane chi voleva potesse ricevere la comunione sulla mano.

Un cambiamento notevole, che secondo alcuni andrebbe addirittura contro un'istituzione apostolica della comunione sulla lingua - san Tommaso, non a caso, parlava di una consuetudine «antica come la Chiesa» -,
il tutto, si dice, per assecondare una prassi propria delle eresie ariane, nestoriane e pelagiane, ripresa poi nel mondo protestante e diffusa largamente in alcuni circoli cattolici olandesi dai quali, tra l'altro, è uscito quel «catechismo olandese» poi giudicato come eretico.

Il racconto di Michela, ovviamente, non è tutto qui. Muove da una dolorosa storia personale, in cui l'autrice racconta ogni dettaglio (fino ai particolari più macabri, dalle orge ai riti sadomaso, dalle violenze sessuali alle sedute di ipnosi) del suo ingresso in una setta satanica.

«Ora puoi avere il potere», le sussurrava nell'orecchio la sacerdotessa, ovvero «colei alla quale da diversi anni avevo affidato la mia esistenza, eseguendone qualsiasi ordine senza la benché minima perplessità». Qualsiasi ordine, come quello di prendere su tutto e dirigersi a Roma, quartiere Trigoria, e qui uccidere - proprio così - Chiara Amirante, la fondatrice dell'associazione Nuovi Orizzonti che evidentemente nella sua comunità di accoglienza troppi posseduti era riuscita a liberare. 

«C'è una ragazza - le disse un giorno la sacerdotessa - che comincia a essere un problema per noi, perché accoglie i ragazzi dalla strada e alcuni giovani hanno deciso di uscire dal mondo del satanismo. Vive a Roma, dove ha fondato una comunità, ed è molto stimata dalla Chiesa».

Vai e uccidi, insomma, e così Michela ha provato a fare, salvo poi trovarsi misteriosamente liberata dalle cure di colei che doveva divenire la sua vittima, dalle cure e preghiere di Chiara Amirante.

Nel mezzo, una lettera di Ratzinger il quale, contattato ai tempi in cui era prefetto alla dottrina per la fede da un sacerdote che per richiesta di Chiara (e con il permesso della posseduta) stava praticando esorcismi su Michela, scrisse all'allora prefetto dell'ex Sant'uffizio per chiedergli la licenza di concedere a Michela l'assoluzione dal peccato di profanazione dell'eucaristia (un peccato che può essere assolto dal sacerdote solo col permesso del Vaticano).

Nel giro di 24 ore la risposta positiva arrivò con tanto di post scriptum a chiudere, firmato cardinal Ratzinger: «Oggi la Chiesa è in festa perché un figlio è tornato a casa». Michela si definisce come una che «ha incontrato Satana». E avendolo incontrato può permettersi di dire dove, nella Chiesa, tende a manifestarsi.

Oltre, a suo dire, nella decisione di concedere l'eucaristia sulle mani, anche in coloro - teologi o meno - che diffondono la convinzione che non debba essere somministrato il battesimo ai neonati: secondo questa vulgata, saranno loro, una volta cresciuti, a decidere se battezzarsi o no.

«In realtà - scrive Michela - per i satanisti va di lusso quando trovano qualcuno che non è battezzato, perché i demoni riescono a entrare in loro senza alcuna opposizione».

«Per di più - racconta ancora l'autrice - seppi all'epoca (dell'appartenenza alla setta, ndr) che facevano parte della setta anche alcuni ginecologi e ostetriche che lavoravano in ospedali e praticavano la consacrazione a Satana di tutti i neonati nel momento che venivano alla luce. Nessuno dei presenti in sala parto se ne accorgeva, poiché la formula veniva pronunciata mentalmente e non c'era bisogno di gesti o riti particolari».

Oggi sono in molti a ritenere una menzogna l'esistenza dell'Inferno e a identificare Satana con l'idea astratta del male: «Questa - scrisse uno dei più importanti esorcisti di oggi, ovvero don Gabriele Amorth - è autentica eresia, ossia è in aperto contrasto con la Bibbia, con la patristica, con il Magistero della Chiesa».


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Sancte Michael Archangele,
defende nos in proelio;
contra nequitiam
et insidias diaboli esto praesidium.
Imperet illi Deus, supplices deprecamur:
tuque, Princeps militiae caelestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem
animarum pervagantur in mundo,
divina virtute in infernum detrude.
Amen

Da Michel Upmann

Papa: anche nel silenzio Dio è presente e ascolta nel buio della nostra vita

07/03/2012 12:22
VATICANO da asianews

All'udienza generale Benedetto XVI parla del "silenzio di Gesù". In un saluto ai vescovi cattolici armeni, a Roma per il loro sinodo, un invito alla speranza per le popolazioni del Medio Oriente afflitte da "gravi sofferenze". 


Città del Vaticano (AsiaNews) - C'è necessità del silenzio "interiore ed esteriore" per ascoltare Dio e anche per "prepararci al suo silenzio", a quando "sembra non ascolti, non risponda", ma "il cristiano sa che Dio è presente e ascolta anche nel buio della nostra vita": lo mostra il "silenzio di Gesù" al quale Benedetto XVI ha dedicato oggi la sua riflessione per le 20mila persone presenti in piazza san Pietro per l'udienza generale.
All'udienza sono presenti anche i vescovi cattolici armeni, presenti a Roma per il loro sinodo: a loro il Papa rivolge un saluto nel quale rivolge il suo "orante pensiero alle regione del Medio Oriente  incoraggiando a perseverare con speranza nelle gravi sofferenze che affliggono quelle care popolazioni".
Con la meditazione sul "silenzio di Gesù", Benedetto XVI conclude la serie di catechesi sulla preghiera di Gesù, alla quale ha dedicato gli ultimi discorsi per l'udienza generale.
Il tema del silenzio di Gesù è "così importante nel rapporto con il Padre", soprattutto sul Golgota: "nel silenzio della croce, il Verbo tace". "Nel silenzio, l'utima parola è rivolta al Padre e rivela che Dio parla anche per mezzo del silenzio". "Anche nel momento della morte ha invocato il Padre, a lui si è rivolto anche nel momento del passaggio".
E' un insegnamento che tocca anche la nostra vita in due direzioni: la prima "riguarda l'accoglienza della Parola, che richiede silenzio interiore ed esteriore, perché la Parola sia sentita e accolta", un silenzio "difficile in questo nostro tempo in cui non si favorisce il raccoglimento e in cui sembra si abbia timore a staccarsi anche per un solo istante dal fiume di parole che affollano le nostre giornate". Come dice la Verbum Domini, "riscoprire la centralità della Parola nella Chiesa vuol dire anche riscoprire il silenzio e il raccoglimento interiore". "Dobbiamo scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perchè la sua Parola rimanga in noi, perchè l'amore per lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore e animi la nostra vita". "A noi, spesso preoccupati dell'efficacia operativa e dei risultati che conseguiamo, la preghiera di Gesù indica che abbiamo bisogno di fermarci, di vivere momenti di intimità con Dio, staccandoci dal frastuono di ogni giorno, per ascoltare, per andare alla radice che sostiene e alimenta la vita".
Ricordando la frase di Gesù: "pregando non sprecate parole come i pagani, credono di essere ascoltati attraverso le parole perché Dio conosce bene le nostre necessita' in qualunque momento della nostra vita", il Papa ha aggiunto che "Dio ci conosce nell'intimo, più di noi stessi, e ci ama: questo deve essere sufficiente".
La seconda direzione è che il nostro silenzio "non solo per disporci all'ascolto, spesso nella nostra preghiera ci troviamo di fronte al silenzio di Dio che sembra non ascolti, non risponde, ma il silenzio non segna la sua assenza, il cristiano sa che Dio è presente e ascolta anche nel buio della nostra vita". "Particolarmente significativo", in proposito, è quanto racconta la Bibbia di Giobbe: "quest'uomo lentamente perde tutto: familiari, beni, amici, salute; sembra proprio che l'atteggiamento di Dio verso di lui sia quello dell'abbandono, del silenzio. Eppure Giobbe, nel suo rapporto con Dio, nella sua preghiera, grida a Dio e nonostante tutto, conserva intatta la sua fede e scopre il valore della sua esperienza e del silenzio di Dio".
Citando il Compendio del catechismo, Benedetto XVI ha aggiunto che "Gesù ci insegna a pregare, non solo con la preghiera del Padre nostro, certamente l'atto centrale dell'insegnamento su come pregare, ma anche quando egli stesso prega. In questo modo, oltre al contenuto, ci mostra le disposizioni richieste per una vera preghiera: la purezza del cuore, che cerca il Regno di Dio e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione".

"Percorrendo i Vangeli - ha concluso - abbiamo visto come il Signore sia, per la nostra preghiera, interlocutore, amico, testimone e maestro. In Gesù si rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione, a scoprire i talenti che Dio ci ha dato, a compiere quotidianamente la sua volontà, unica via per realizzare la nostra esistenza".

venerdì 2 marzo 2012

Il male della Chiesa (e degli uomini di Chiesa)


13 febbraio 2012 :: Corriere della Sera


di Vittorio Messori
Di questi tempi, seguire certe non edificanti, oscure cronache vaticane può essere gustoso o rattristante, a seconda dei gusti anticlericali o clericali. In realtà, non dovrebbe scomporsi  più di tanto il cattolico che non solo conosca la storia della sua Chiesa ma che non sia dimentico degli avvertimenti del Vangelo. Questa Chiesa, cioè, è un campo dove buon grano e velenosa zizzania cresceranno sempre insieme; è una rete gettata a mare e nella quale convivranno sempre pesci buoni e cattivi. Parola di Gesù stesso, che esorta a non scandalizzarsi per questo e a non tentare neppure di dividere il sano dal guasto, riservando a sé questo compito nel giorno del Grande Giudizio. Esempio primo di questa situazione è ovviamente il centro e il motore della “macchina“ ecclesiale: la Curia vaticana, cioè, l’amministrazione centrale di quella che la Tradizione chiama “la Chiesa militante“. Beh, quanto a questa, non fu un eretico o un mangiapreti, bensì una santa che Paolo VI volle proclamare “dottore della Chiesa“, la compatrona d’Italia, Caterina da Siena, a constatare: << La corte del Padre Santo Nostro sembrami talora un nido d’angeli, talaltra un covo di vipere>>. Bene e male, dunque, uniti nella stessa realtà, com’è di ogni cosa umana: e la Chiesa è anche una istituzione umana, è un involucro storico (con i limiti che ne derivano) per contenere un Mistero metastorico.
Ma a una valutazione morale faremo un cenno più sotto. C’è, prima, un aspetto “organizzativo“ da considerare. Va ricordato, infatti, che dal Vaticano odierno non giungono solo echi di “scandali” per affari, sesso, potere. E’ la macchina stessa dell’amministrazione che da anni ormai sembra incepparsi con inquietante frequenza ; sono gli equivoci, le distrazioni, le gaffe diplomatiche, persino gli errori –magari in documenti solenni- in quel latino che è ancora la sua lingua ufficiale, ma che è conosciuto sempre meno e sempre peggio.
D’accordo, la  Curia, al pari della Chiesa stessa, semper reformanda est. Ma qui non sembra possibile una “riorganizzazione aziendale“, perché sembrano mancare le forze fresche e di qualità. Gli infiniti uffici vaticani sono retti, sin dai tempi della Controriforma, da personale ecclesiastico che giunge da tutte le diocesi e da tutti gli ordini religiosi del mondo. Ma è un mondo, questo nostro, dove la maggioranza delle diocesi e delle congregazioni ha chiuso seminari e studentati per mancanza di frequentatori e il loro  problema non è certo quello di inviare a Roma, a servizio della Chiesa universale, i giovani più  promettenti. Questi giovani non ci sono e, se qualcuno c’è, è difeso gelosamente da vescovi e superiori generali. Eppure, dopo quel Vaticano II che avrebbe dovuto snellire la struttura ecclesiale, l’Annuario Pontificio ha quasi triplicato le sue pagine, l’espansione burocratica non ha avuto sosta. Aumentano funzioni, posti, responsabilità, mentre vengono meno, anno dopo anno, le risorse umane. E i pochi rincalzi non sembrano in grado di portare quella schiacciante responsabilità che è gestire in terra nientemeno che la volontà del Cielo.
Dunque, il realismo cattolico sembra imporre un drastico ridimensionamento della struttura di una Catholica  che, di massa quale era, sta diventando o è già divenuta comunità di minoranza. Voler mantenere  l’imponente apparato barocco quando le forze vengono a mancare (e le poche che ancora ci sono talvolta non sono adeguate)  porta inevitabilmente agli sbandamenti e agli errori che si constatano nella gestione ecclesiale. Prendere, dunque, sul serio chi propone di ritornare al primo millennio, coll’affidare all’Unesco, come siti artistici e turistici, i palazzi sul colle Vaticano e tornare alla “vera“ cattedrale del vescovo di Roma, quella di san Giovanni in Laterano, con una struttura istituzionale al minimo? Non è il caso di rifugiarsi in simili estremi, ma il problema esiste e dovrà essere affrontato, pur lontani da ideologie “sessantottine“, di demagogia pauperista.
Ma, dicevamo, sembra esserci anche un cedimento morale che non è solo sessuale (questione pedofili, ma non solo, docet) ma è anche il ritorno, quasi come ai tempi rinascimentali, di palazzi vaticani ridotti a nodi di intrighi e di lotte per carriere, poteri, denaro, interessi  ideologici e politici. Ebbene, qui, non c’è riforma che tenga, qui non c’è rimedio solo umano. Qui, ogni tecnica di riorganizzazione aziendale è ridicolmente impotente e deve aprirsi allo “scandalo“ della preghiera.
Parola di papa Benedetto XVI ma, per decenni, parola anche del cardinal Joseph Ratzinger. Se la Chiesa è in crisi, ha sempre ripetuto, è perché è in crisi la fede degli uomini di Chiesa. Gerarchia non esclusa. Giunse a dirmi, una volta: <<Al punto in cui siamo, lo confesso: la fede, quella piena, quella che non esita, mi sembra essersi fatta così rara che, incontrandola, mi stupisce di più che l’incredulità>>. Per questo è tornato alle radici di tutto, con i suoi tre volumi sul Gesù della storia, per questo ha voluto un organo apposito per la nuova evangelizzazione, per questo ha proclamato questo 2012 “anno della fede“. L’intendance suivra, diceva Napoleone: prima la conquista, poi i funzionari dell’amministrazione. La Chiesa, papa Benedetto ne è certo, a da fare essa pura una conquista, anzi una riconquista: quella della fede nella storicità dei Vangeli, nel Dio che si è incarnato in una donna, in un Gesù che risorgendo ha mostrato di essere il Cristo.
La Chiesa ha ormai pochi uomini e talvolta poco adeguati, come si dice? Ebbene, lo sfaldamento, per l’istituzione, sarebbe sicuro  se  chi è ancora “al lavoro nella vigna del Signore “ (così ama dire il Papa) perdesse la prospettiva di impegnarsi non per un premio umano bensì divino. Se la fede vacilla o si spegne, se non è più la ragione quotidiana di vita, la pigrizia sorniona del burocrate è in agguato, il vecchio monsignore come il giovane religioso sono pronti a trasformarsi in funzionari da ministero clericale e, come tali, soggetti a ogni tentazione.   
© Corriere della Sera

“Che posto ha l’islam nei piani di Dio?”


Una domanda che spesso si fanno gli studiosi dell’islam è questa: “Che posto ha l’islam nei piani di Dio? E’ possibile che l’islam sia nato e si sia diffuso così rapidamente senza avere un suo ruolo storico nei piani di Dio?”. Naturalmente nessuno conosce o può conoscere il pensiero di Dio. Ma è possibile proporre e discutere varie ipotesi, per chiarificarci le idee e avere di fronte all’islam un atteggiamento che favorisca “il dialogo”, come il Papa e i vescovi continuamente raccomandano, e non “lo scontro di civiltà” (o la “III guerra mondiale” come alcuni pessimisti immaginano).
Nel 2007 in Libia, il vescovo di Tripoli mons. Giovanni Innocenzo Martinelli mi diceva: “Ritengo che l’islam abbia un significato nella storia e nei piani dì Dio. Non è nato per caso. Io penso che oggi l’islam ha il compito storico di richiamare in modo forte e anche scioccante, contraddittorio a noi cristiani occidentali, secolarizzati e laicizzati (viviamo come se Dio non esistesse), il senso della presenza di Dio in ogni momento della vita dell’uomo e della società, il dovere di essere sottomessi a Dio, il forte senso di appartenenza ad una comunità religiosa universale, il coraggio di essere testimoni di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare – mi diceva mons. Martinelli - molte famiglie musulmane amiche. Una volta non era prevista la mia visita ed era il tempo della preghiera: in una stanza c’erano sette uomini in ginocchio che pregavano rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. Noi in Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Non approviamo certamente uno stato teocratico e meno che mai il terrorismo o “la violenza per Dio”), ma nemmeno lo spirito prevalente nella società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo”.
Il Card. Carlo Maria Martini nel suo “L’lslam e noi” (1990) si poneva anche lui questa domanda: “Cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? che cosa significa per un cristiano, dal punto di vista della storia della salvezza e dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perchè Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religione storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana?… In un mondo occidentale che ha perso il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli ad un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”.
Nella intervista al padre Davide Carraro del Pime, giovane missionario che ha studiato l’arabo per due anni in Egitto ed è già stato in Algeria dove tornerà presto, mi dice: “Ho visto in Algeria che quando risuona la voce del muezzin, si fermano i pullman, i mezzi pubblici, per consentire a chi vuole di fare la sua preghiera in pubblico. In Egitto no, ma anche in Egitto il richiamo pubblico alla preghiera  è molto forte tre volte al giorno e molti si fermano a pregare. Il senso della presenza di Dio nella giornata lavorativa è forte e richiama anche noi cristiani, i copti egiziani e gli operatori occidentali nei pozzi di petrolio in Algeria
“Sono stato un anno in Algeria come cappellano nei pozzi petroliferi del deserto del Sahara, continua Davide, ad Hassi-Messaoud, una città in pieno deserto dove c’è una chiesa e i lavoratori cattolici del petrolio, italiani, francesi, spagnoli, filippini, ecc. In questa città ci sono una sessantina di Compagnie del petrolio e io andavo a visitarle tutte per invitarle a Messa. In questa città avevo la mia sede e poi a Natale e Pasqua venivo chiamato in altri centri petroliferi per la funzione religiosa e incontrare i petrolieri. Allora con i loro piccoli aerei andavo da una parte e dall’altra del deserto e celebravo la Messa nelle varie Compagnie
Hassi-Messaoud, con 50.000 abitanti, è solo una città petrolifera e ci sono gli uffici delle Compagnie petroliere, con circa 2.000 stranieri e gli altri algerini. E’ una vera città con tutto, ristoranti, prostituzione, discoteche, pensioni, hotel, negozi, ecc.
I cattolici venivano a Messa e dicevano che nel loro paese in Europa a Messa ci andavano pochissimo. Qui, nell’atmosfera che si respira in un paese islamico, sembrava loro naturale andare a chiedere l’aiuto di Dio. Non solo, mi dicevano, ma vedendo la fede dei musulmani siamo provocati e interrogati a ripensare alla nostra fede cristiana”.
Dico a Davide che nel 2007 ero a Tripoli e in una festa degli italiani nei locali dell’ambasciata d’Italia ho incontrato un ingegnere di Torino con la sua signora, in Libia da anni per lavoro, che mi confidavano: ”In Italia a Messa non ci andiamo quasi mai, ma in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti natalizi e devozioni che avvicinano a Dio. Abbiamo tre figli in Italia, due già sposati, e tornando diremo anche a loro questa nostra esperienza”.
Non tiro nessuna conclusione, penso che questo tema, qui appena accennato, dovrebbe essere provocatorio per tutti noi battezzati e credenti in Cristo: quanto e come Dio è presente nella nostra vita quotidiana?
Piero Gheddo

“Perché dobbiamo convertirci a Cristo?”

Di Paolo Gheddo
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Mancano quaranta giorni alla Pasqua e la Chiesa ci invita a 
prepararci per risorgere con Cristo ad una vita nuova. 
Il Vangelo di San Marco, col quale inizia la Quaresima, 
ci presenta Gesù che, dopo l’arresto di Giovanni il Battista, va 
nel deserto e vi passa quaranta giorni di preghiera, di tentazioni 
e di digiuno; poi, percorre i villaggi della Galilea annunziando il 
suo messaggio: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino: 
convertitevi e credete nel Vangelo” (Marco 1, 12-15).
E’ il messaggio che la Chiesa rilancia nella Quaresima ed è 
anche l’essenza del cristianesimo: credere in Cristo e nel suo 
Vangelo e convertire la nostra vita quotidiana alla vita nuova 
che il Vangelo ci propone.
Nel mondo non cristiano, dove i missionari vivono e lavorano, 
è chiaro cos’è il cristianesimo: il passaggio dalla religione 
tradizionale alla fede e alla vita in Cristo, unico Salvatore 
dell’uomo e dell’umanità. Il “primo annunzio” ai non cristiani 
è veramente l’annunzio di una fede  nuova, di una vita nuova.
Ma, in concreto,  cosa significa “convertirsi a Cristo?”.
Ho fatto questa domanda a un missionario del Pime, padre 
Giuseppe Fumagalli, che da quarantatre anni vive fra i “felupe” 
nel nord della Guinea Bissau, una tribù nuova, dove il Vangelo 
è stato portato negli anni cinquanta dal suo predecessore padre 
Spartaco Marmugi. Siamo in una situazione missionaria: il primo
 annunzio del Vangelo ai pagani. La predicazione di padre 
Fumagalli è come quella di Gesù: “Convertitevi e credete al 
Vangelo”.

Padre Zé (Giuseppe) dice: “La conversione dei Felupe è rottura 
col passato, inizio di una vita nuova con Cristo: quindi è sacrificio,
 rinunzia, sofferenza, tentazione di tornare ai costumi pagani 
del passato, una lotta quotidiana contro se stessi. Chi decide 
di convertirsi sa che deve perdonare le offese, abbandonare 
ogni sentimento di vendetta; lasciare il culto degli spiriti, non 
credere più agli stregoni; avere una sola moglie ed esserle 
fedele, amare e dedicarsi alla propria famiglia, rispettando 
la moglie e i figli; non rubare, non commettere ingiustizie, ecc. 
Il catecumeno sa che spesso va incontro alla persecuzione o 
alla marginalizzazione nel villaggio, perché va contro-corrente 
rispetto alla comunità in cui vive. Però Dio lo aiuta e spesso 
posso dire che continua ad impegnarsi in questo cammino 
di conversione, anche perchè consolato dai buoni risultati 
che ottiene vivendo la vita cristiana: anzitutto si libera dalla 
paura degli spiriti cattivi e del malocchio, che blocca la gente 
comune. Il cristiano sa e crede che è sempre nelle mani di 
Dio e acquista una sicurezza e coscienza viva della sua fede
 e dei vantaggi che ne derivano, che sono tanti altri.
“Insomma – continua padre Zé - a parità di condizioni, il cristiano 
vive meglio e si sviluppa di più del non cristiano, io lo sperimento 
spesso. Ha, come si dice, una marcia in più, non ha più paura 
del futuro e del mistero nel quale è immersa tutta la vita dell’uomo. 
Dio non si lascia mai vincere in generosità”, dice padre Zè.
Il quale aggiunge che tra i felupe “la conversione a Cristo è una 
profonda rivoluzione nella vita dell’uomo, della famiglia, del villaggio: 
è la rivoluzione portata da Cristo, quella che “Dio è amore”, che 
cambia tutta la vita dell’uomo,della famiglia, dell’umanità. Non una 
rivoluzione violenta contro altri, ma una rivoluzione non violenta 
che incomincia nell’interno del cuore dell’uomo, quando egli decide 
di credere nel Vangelo e di convertirsi a Cristo: passare dall’egoismo all’altruismo, dall’odio all’amore. Oggi nella tribù dei felupe i cattolici battezzati sono circa 2.300 (altri sono nel catecumenato di 2-3 anni)
su circa 20.000 contribali in Guinea, ma la tribù è più presente nel 
vicino Senegal. Non sono più perseguitati, anzi sono ammirati perché portano la pace fra i villaggi, si interessano del bene pubblico, hanno famiglia più unite, sono disponibili ad aiutare i più poveri”.
Tutto questo avviene nel mondo “pagano”. Al contrario, nel nostro 
mondo post-cristiano non è più molto chiaro cosa vuol dire 
“cristianesimo” e “convertirsi a Cristo”, che è il messaggio della 
Quaresima. Siamo sommersi da così tanti messaggi, problemi, 
discussioni, cattivi esempi e scandali, molte voci, ipotesi e 
proposte, che per molti non è più chiaro cosa vuol dire essere 
cristiano. Un anno fa, il direttore dell’editrice Lindau di Torino, 
il dott. Ezio Quarantelli, mi ha chiesto di scrivere un libro, che 
poi ha pubblicato: “Padre, lei ha viaggiato molto e conosce 
tante situazioni umane. Mi scriva un libro in cui spiega chiaramente 
e in modo molto concreto come mai dobbiamo convertirci a Cristo, 
cosa vuol dire  e quale scopo ha questa conversione. 
Non con un discorso teologico e filosofico, ma in modo 
comprensibile e direi giornalistico, citando anche le sue 
esperienze; e non mi parli della vita eterna, ma della vita in 
questo nostro mondo”. Ho scritto il volume “Meno male che 
Cristo c’è”, che grazie a Dio, mi dicono che va bene nelle vendite. 
Non ha altro scopo che quello richiestomi dall’amico Quarantelli.
Il nostro problema, di noi battezzati e anche di noi preti, parlando 
in generale, è che noi ci crediamo già convertiti, per cui la parola “conversione” quasi non ha più significato. Siamo stati battezzati, 
cresimati, riceviamo l’Eucarestia, andiamo a Messa, preghiamo
e se guardiamo al mondo attuale ci consideriamo dei buoni 
cristiani. 
Io stesso sono prete e missionario da 59 anni e se guardo alla 
mia vita, ringrazio il Signore della vocazione al sacerdozio e 
alla missione e di tutte le grazie che mi ha dato. Gli chiedo 
perdono dei miei peccati e poi sono tentato di pensare 
che, tutto sommato, la mia vita l’ho spesa per Cristo e per la 
Chiesa e posso starmene tranquillo.
Questo l’errore, credo abbastanza comune. 
Il prete, come il cristiano, non va mai in pensione, non dice 
mai di essere arrivato alla meta della vita cristiana, che è la 
conversione a Cristo, l’imitazione di Cristo. Come cristiani, noi 
ricominciamo sempre una vita nuova ogni mattino e soprattutto 
nel giorno di Pasqua. La giovinezza della vita cristiana è questa: 
ricominciare sempre con entusiasmo il cammino che porta 
all’amore e all’imitazione di Cristo, correggendo a poco a 
poco le nostre tendenze cattive, i nostri errori di giudizio e 
via dicendo. 
Tutto questo non è solo frutto della nostra buona volontà, 
ma è una grazia che Dio ci dona, se glie la chiediamo.

giovedì 1 marzo 2012

Chiesa cattolica: se i vescovi combattono il demonio



(di Danilo Quinto) Giovanni, nel suo Vangelo, lo chiama “il principe del mondo”. Eppure, «molti vescovi non credono più al demonio e non nominano più esorcisti nelle loro diocesi». Lo sostiene Padre Gabriele Amorth, ne L’ultimo esorcista, il libro scritto con Paolo Rodari, per le Edizioni Piemme, uscito in questi giorni. Uno testo agghiacciante. Perché mostra, attraverso i racconti degli esorcismi praticati, la realtà in cui vive il mondo, dominato da quel “principe” che si è ribellato a Dio e che vuole sottrarre gli uomini al Suo amore. «Il mondo sta tutto sotto il potere del maligno», dice Padre Amorth. «Tutto, non una parte. Tutto».
Sono racconti terribili, legati da un dato che impressiona più di tutti. Quello della sofferenza, del dolore, del male che c’è nel mondo, che si esprime in tanti modi e che colpisce tante persone. I posseduti. Soffrono, per la loro redenzione e per la redenzione di molti altri, come scrive Padre Amorth. Chi ha fede, infatti, sa che Dio consente il male per un bene superiore. E’ questo il mistero più grande che sta all’origine del Cristianesimo. Satana si scatenò contro il figlio di Dio.
Lo tentò ripetutamente. S’insinuò perfino nell’anima di un Suo apostolo che lo tradì. Si adoperò perché gli uomini Lo rinnegassero, Lo seviziassero ferocemente e ne decretassero la morte. In croce, come i ladroni d’allora. E’ questa la prova più grande, il fatto storico realmente accaduto della verità che viviamo, quella di un mondo creato da Dio come cosa buona, ma che si trova sotto il potere temporaneo del demonio. Con una sola certezza: quella che Dio non ci ha abbandonati e non ci abbandonerà mai.
La Resurrezione di Gesù Cristo è più forte di qualunque male, che esiste e che governa questo mondo, sin dopo la sua creazione, a partire dal peccato originale, che ha inserito nella storia umana la morte e la corruzione. A leggere il libro di Padre Amorth, si comprende quanto dice San Paolo del «dio di questo secolo»: una realtà personale, che ha volontà, pensieri e metodi falsi, contro il quale i cristiani devono intraprendere un’intensa battaglia poiché possono essere ancora tentati da lui.
Il demonio non attende per ricevere nel suo regno coloro che decidono di non seguire Dio. Agisce, invece, «con miracolosi poteri di perversione». Con lui, collaborano «eserciti di poteri invisibili». Legioni e legioni di demoni, dice Padre Amorth. Così tanti, che se fossero visibili, potrebbero offuscare il cielo sopra di noi.
Chi crede nella Resurrezione non può rimanere inerte di fronte a questa lotta, che si svolge qui, su questa terra. O combatte attivamente il diavolo o ne accetta le lusinghe e le menzogne. Non ci possono essere alternative. Se i vescovi, come afferma Padre Amorth, non danno importanza al potere demoniaco,  mostrano di non comprendere l’esistenza del peccato originale e della sua trasmissione, di generazione in generazione e la fede della Chiesa.
Esistono persone che sono andate all’inferno e sono tornate, per raccontare quello che hanno visto. L’ha fatto, sotto la guida di un angelo, santa Faustina Kowalska: «la maggior parte delle anime che sono all’inferno, sono anime che non credevano che l’inferno esistesse», ha poi scritto. L’ha fatto Gloria Polo, alla quale Gesù dice: «Tu tornerai indietro, per dare la tua testimonianza, che ripeterai non mille volte, ma mille per mille volte. Guai a chi, ascoltandoti, non cambierà, perché sarà giudicato con più severità. E questo vale anche per te e per i consacrati che sono i miei sacerdoti e per chiunque altro non ti darà ascolto: perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, né peggior cieco di chi non vuol vedere».
Dai vescovi ci aspetteremmo che questo tipo di testimonianze siano portate a conoscenza dei fedeli per aiutarli nella loro vita quotidiana ove le insidie, le manipolazioni e gli attacchi del demonio si manifestano costantemente e con grande violenza. (Danilo Quinto)

ARCIVESCOVO CUCCARESE: PARROCO NON SI SENTA MAI PADRONE, SIA SERVITORE. PERICOLOSO ALLONTANARSI DAL MAGISTERO DELLA CHIESA



di Bruno Volpe

“Il Prete sia sempre servitore. Non ceda mai alla lusinga del potere, tanto meno si mostri arrogante o padrone della parrocchia”: lo dice Monsignor Giuseppe Cuccarese, Arcivescovo emerito di Pescara.
Eccellenza, il Papa ha detto con chiarezza che il Prete deve essere umile.
“Ha perfettamente ragione e chi si crede un idolo, o si comporta in modo arrogante e prepotente nella parrocchia, tradisce il suo spirito di servizio. Il Sacerdote sia servitore, non deve servirsi della Chiesa”.
E aggiunge: “In ogni circostanza della vita, chi ha scelto di legarsi a Cristo, deve domandarsi: che cosa farebbe il Signore al posto mio? Basta questo criterio, sicuramente non facile vista la fragilità della condizione umana, a limitare i nostri errori”.
Il Papa ha anche lanciato un accorato allarme contro l'analfabetismo religioso.
“Questo rischio oggi esiste. Specialmente quando noi Preti ci allontaniamo dal Magistero della Chiesa. In questo caso, per errore o per manie ... di protagonismo, non rendiamo un buon favore alla Chiesa, ma la tradiamo. Se qualche fedele rimane analfabeta, ossia ignorante del Catechismo e della dottrina, molta responsabilità è del Pastore, non della pecorella”.
Insomma prendere le distanze dal Magistero è un errore
La Chiesa è Madre e Maestra, nessuno di noi è autorizzato a costruirsi dottrine personali e seducenti, interpretazioni stravaganti della parola. Dobbiamo seguire in fedeltà e docilità gli insegnamenti del Papa, in comunione con Lui”.
Il Prete deve essere coraggioso?
Il Sacerdote deve dire la verità con carità, ma ha il dovere di parlare chiaro, senza ingannare nessuno.
La nostra missione è quella di annunciare la Parola con la radicalità che richiede il Vangelo, senza badare mai alla nostra popolarità o al consenso della gente. Men che mai al protagonismo.
La nostra scala di valutazione non è quella dell'applauso, ma solo la fedeltà alla Parola di Cristo. Persino quando questa fedeltà ci faccia pagare un prezzo salato”.