|
|
La rivelazione di Gesù a Maria
Valtorta
(27 marzo 1945)
Quattro nerboruti uomini, che per
l'aspetto mi paiono giudei, e giudei -degni della croce più dei condannati,
certo della stessa categoria dei flagellatori, saltano da un sentiero sul luogo
del supplizio. Sono vestiti di tuniche corte e sbracciate ed hanno in mano
chiodi, martelli e funi che mostrano con lazzi ai tre condannati. La folla si
agita in un delirio crudele.
Il centurione offre a Gesù
l'anfora perché beva la mistura anestetica di vino mirrato. Ma Gesù la rifiuta[1]. I due ladroni invece ne bevono
molta. Poi l'anfora, dall'ampia bocca svasata, viene posta presso un grosso
sasso, quasi sullo scrimolo della cima.
Viene dato l'ordine ai condannati
di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza nessun pudore. Anzi si divertono a
fare atti osceni verso la folla e specie verso il gruppo sacerdotale, tutto
candido nelle sue vesti di lino e che è piano piano tornato sulla piazzetta più
bassa, usando della sua qualità per insinuarsi lì. Ai sacerdoti si sono uniti
due o tre farisei e altri prepotenti personaggi, che l'odio fa amici. E vedo
persone di conoscenza, come il fariseo Giocana e Ismaele, lo scriba Sadoch, Eli
di Cafarnao...
I carnefici offrono tre stracci ai
condannati perché se li leghino all'inguine. E i ladroni li pigliano con più
orrende bestemmie. Gesù, che si spoglia lentamente per lo spasimo delle ferite,
lo ricusa. Forse pensa conservare le corte brache che ha tenute anche nella
flagellazione. Ma, quando gli viene detto di levarsi anche le stesse, Egli tende
la mano per mendicare lo straccio dei boia a difesa della sua nudità. È proprio
l'Annichilito fino a dover chiedere uno straccio ai
delinquenti.
Ma Maria ha visto e si è sfilata
il lungo e sottile telo bianco, che le vela il capo sotto al manto oscuro e nel
quale Ella ha già versato tanto pianto. Se lo leva senza far cadere il manto, lo
dà a Giovanni perché lo porga a Longino per il Figlio. Il centurione prende il
velo senza fare ostacolo e, quando vede che Gesù sta per denudarsi del tutto,
stando voltato non verso la folla ma verso la parte vuota di popolo, mostrando
così la sua schiena rigata di lividi e di vesciche, sanguinante di ferite aperte
o dalle croste oscure, gli porge il lino materno. E Gesù lo riconosce. Se ne
avvolge a più riprese il bacino, assicurandoselo per bene perché non caschi... E
sul lino, fino allora solo bagnato di pianto, cadono le prime gocce di sangue,
perché molte delle ferite, appena coperte di coagulo, nel chinarsi per levarsi i
sandali e deporre le vesti si sono riaperte e il sangue riprende a
sgorgare.
Ora Gesù si volge verso la folla.
E si vede così che anche il petto, le braccia, le gambe sono tutte state colpite
dai flagelli. All'altezza del fegato è un enorme livido, e sotto l'arco costale
sinistro vi sono nette sette righe in rilievo, terminate da sette piccole
lacerazioni sanguinanti fra un cerchio violaceo... un colpo feroce di flagello
in quella zona tanto sensibile del diaframma. I ginocchi, contusi dalle ripetute
cadute, iniziate subito dopo la cattura e terminate sul Calvario, sono neri di
ematoma e aperti sulla rotula, specie il destro, in una vasta lacerazione
sanguinante.
La folla lo schernisce [2],come in coro: «Oh! Bello! Il più bello
dei figli degli uomini! Le figlie di Gerusalemme ti adorano...». E intona, con
tono di salmo: «Il mio diletto è candido e rubicondo, distinto fra mille e
mille. La sua testa è oro puro, i suoi capelli grappoli di palma, setosi come
piuma di corvo. Gli occhi son come due colombe bagnantesi ai ruscelli non
d'acqua ma di latte, nel latte della sua orbita. Le sue guance sono aiuole di
aromi, le sue labbra porpurei gigli stillanti preziosa mirra. Le sue mani
tornite come lavoro d'orafo terminate in rosei giacinti. Il suo tronco è avorio
venato di zaffiri. Le sue gambe, perfette colonne di candido marmo su basi
d'oro. La sua maestà è come quella del Libano; imponente egli è più dell'alto
cedro. La sua lingua è intrisa di dolcezza ed egli è tutto delizia»; e ridono e
urlano anche: «Il lebbroso! Il lebbroso! Hai dunque fornicato con un idolo se
Dio ti ha così colpito? Hai mormorato contro i santi di Israele come Maria di
Mosè, se sei stato così punito? Oh! Oh! il Perfetto! Sei il Figlio di Dio? Ma
no! L'aborto di Satana sei! Almeno egli, Mammona, è potente e forte. Tu... sei
uno straccio impotente e schifoso».
I ladroni sono legati sulle croci
e vengono portati alloro posto, uno a destra, uno a sinistra[3], rispetto al posto destinato a Gesù.
Urlano, imprecano, maledicono e, specie quando le croci vengono portate presso
il buco e li sconquassano facendo segare i polsi dalle funi, le loro bestemmie a
Dio, alla Legge, ai romani, ai giudei, sono infernali.
È la volta di Gesù. Egli si stende
mite sul legno. I due ladroni erano tanto ribelli che, non bastando a farlo i
quattro boia, erano dovuti intervenire dei soldati a tenerli, perché a calci non
respingessero gli aguzzini che li legavano per i polsi. Ma per Gesù non c'è
bisogno di aiuto. Si corica e mette il capo dove gli dicono di metterlo. Apre le
braccia come gli dicono di farlo, stende le gambe come gli ordinano. Si è solo
preoccupato di accomodarsi per bene il suo velo. Ora il suo lungo corpo, snello
e bianco, spicca sul legno oscuro e sul suolo giallo.
Due carnefici gli si siedono sul
petto per tenerlo fermo. E io penso che oppressione e che dolore deve aver
provato sotto quel peso. Un terzo gli prende il braccio destro, tenendolo con
una mano sulla prima porzione dell'avambraccio e l'altra al termine delle dita.
Il quarto, che ha già in mano il lungo chiodo acuminato sulla punta
quadrangolare nel fusto, terminato in una piastra rotonda e piatta, larga come
un soldone dei tempi passati, guarda se il buco già fatto nel legno corrisponde
alla giuntura radio-ulnare del polso. Va bene. Il boia appoggia la punta del
chiodo al polso, alza il martello e dà il primo colpo.
Gesù, che aveva gli occhi chiusi,
all'acuto dolore ha un grido e una contrazione, e spalanca gli occhi nuotanti
fra le lacrime.
Deve essere un dolore atroce
quello che prova... Il chiodo penetra spezzando muscoli, vene, nervi,
frantumando ossa...
Maria risponde al grido della sua
Creatura torturata con un gemito che ha quasi del lamento di un agnello
sgozzato, e si curva, come spezzata, tenendosi la testa fra le mani. Gesù, per
non torturarla, non grida più. Ma i colpi ci sono, metodici, aspri, di ferro
contro ferro... e si pensa che sotto è un membro vivo quello che li
riceve.
La mano destra è inchiodata. Si
passa alla sinistra. Il foro non corrisponde al carpo. Allora prendono una fune,
legano il polso sinistro e tirano fino a slogare la giuntura e a strappare
tendini e muscoli, oltre che lacerare la pelle già segata dalle funi della
cattura. Anche l’altra mano deve soffrire, perché è stirata per riflesso, e
intorno al suo chiodo si allarga il buco. Ora si arriva appena all'inizio del
metacarpo, presso il polso. Si rassegnano e inchiodano dove possono, ossia fra
il pollice e le altre dita, proprio al centro del metacarpo. Qui il chiodo entra
più facilmente ma con maggiore spasimo, perché deve recidere nervi importanti,
tanto che le dita restano inerti, mentre le altre della destra hanno contrazioni
e tremiti che denunciano la loro vitalità. Ma Gesù non grida più, ha solo un
lamento roco dietro le labbra fortemente chiuse, e lacrime di spasimo cadono per
terra dopo esser cadute sul legno.
Ora è la volta dei piedi. A un due
metri e più dal termine della croce è un piccolo cuneo, appena sufficiente ad un
piede. Su questo vengono portati i piedi per vedere se va bene la misura. E dato
che è un poco in basso e i piedi arrivano male, stiracchiano per i malleoli il
povero Martire. Il legno scabro della croce sfrega così sulle ferite, smuove la
corona che si sposta strappando nuovi capelli e minaccia di cadere. Un boia
gliela ricalca sul capo con una manata...
Ora, quelli che erano seduti sul
petto di Gesù si alzano per spostarsi sui ginocchi, dato che Gesù ha un
movimento involontario di ritirare le gambe, vedendo brillare al sole il
lunghissimo chiodo, lungo il doppio e largo il doppio di quello usato per le
mani. E pesano sui ginocchi scorticati, e premono sui poveri stinchi contusi,
mentre gli altri due compiono l'operazione, molto più difficile,
dell'inchiodatura di un piede sull'altro, cercando di combinare le due giunture
dei tarsi insieme.
Per quanto guardino e tengano
fermi i piedi, al malleolo e alle dita, contro il cuneo, il piede sottoposto si
sposta per la vibrazione del chiodo, e lo devono schiodare quasi, perché, dopo
essere entrato nelle parti molli, il chiodo, già spuntato per avere perforato il
piede destro, deve essere portato un poco più in centro. E picchiano, picchiano,
picchiano... Non si sente che l'atroce rumore del martello sulla testa del
chiodo, perché tutto il Calvario non è che occhi e orecchie tese, per
raccogliere atto e rumore e gioirne...
Sul suono aspro del ferro è un
lamento in sordina di colomba: il gemere roco di Maria, che sempre più si curva,
ad ogni colpo, come se il martello piagasse Lei, la Madre Martire. Ed ha ragione
di parere prossima ad essere spezzata da quella tortura. La crocifissione è
tremenda. Pari alla flagellazione in spasimo, più atroce a vedersi, perché si
vede scomparire il chiodo fra le carni vive. Ma in compenso è più breve. Mentre
la flagellazione spossa per la sua durata.
Per me, l’agonia dell'Orto, la
flagellazione e la crocifissione sono i momenti più atroci. Mi svelano tutta la
tortura del Cristo. La morte mi solleva, perché dico: «E finito!». Ma queste non
sono fine. Sono principio a nuove sofferenze.
0ra la croce è strascinata presso
il buco e rimbalza, scuotendo il povero Crocifisso, sul suolo ineguale. Viene
issata la croce, che sfugge per due volte a coloro che la alzano e ricade una
volta di schianto, un'altra sul braccio destro della stessa, dando un aspro
tormento a Gesù, perché la scossa subita smuove gli arti
feriti.
Ma quando poi la croce viene
lasciata cadere nel suo buco e, prima di essere assicurata con pietre e
terriccio, ondeggia in tutti i sensi, imprimendo continui spostamenti al povero
Corpo sospeso a tre chiodi, la sofferenza deve essere atroce. Tutto il peso del
corpo si sposta in avanti e in basso, e i buchi si allargano, specie quello
della mano sinistra, e si allarga il foro nei piedi mentre il sangue spiccia più
forte. E se quello dei piedi goccia lungo le dita per terra e lungo il legno
della croce, quello delle mani segue gli avambracci, perché sono più alti al
polso che all'ascella per forza della posizione, e riga anche le coste scendendo
dall'ascella verso la cintura. La corona, quando la croce ondeggia prima di
essere fissata, si sposta, perché il capo ribatte all'indietro, conficcando
nella nuca il grosso. nodo di spini che termina la pungente corona, e poi torna
ad adagiarsi sulla fronte e graffia, graffia senza pietà.
Finalmente la croce è assicurata e
non c'è che il tormento dell'essere appeso. Issano anche i ladroni, i quali, una
volta messi verticalmente, urlano come fossero scotennati vivi per la tortura
delle funi, che segano i polsi e fanno divenire nere le mani, con le vene gonfie
come corde.
Gesù tace. La folla non tace più,
invece. Ma riprende il suo vocio infernale.
Ora la cima del Golgota ha il suo
trofeo e la sua guardia d'onore. Al limite più alto (lato A) la croce di Gesù.
Al lato B e C le altre due. Mezza centuria di soldati, con le armi al piede,
tutto intorno alla vetta; dentro a questo cerchio d'armati, i dieci appiedati,
che giocano a dadi le vesti dei condannati[4]. Ritto in piedi, fra la croce di Gesù e
quella di destra, Longino. E pare monti la guardia d'onore al Re Martire.
L’altra mezza centuria, in riposo,
è agli ordini dell'aiutante di Longino sul sentiero di sinistra e sulla
piazzuola più bassa, in attesa di essere adoperata se ce ne sarà bisogno. Nei
soldati c'è l’indifferenza quasi totale. Solo qualcuno alza ogni tanto il volto
ai crocifissi.
Longino invece osserva tutto con
curiosità e interesse, confronta e mentalmente giudica. Confronta i crocifissi,
e specie il Cristo, e gli spettatori. Il suo occhio penetrante non perde un
particolare. E per vedere meglio fa solecchio con la mano, perché il sole gli
deve dare noia.
È infatti un sole strano. Di un
giallo rosso d'incendio. E poi pare che l'incendio si spenga di colpo per un
nuvolone di pece che sorge da dietro le catene giudee e che corre veloce per il
cielo, scomparendo dietro ad altri monti. E quando il sole ritorna fuori è così
vivo che l'occhio non lo sopporta che male.
Nel guardare vede Maria, proprio
sotto il balzo, che tiene alzato verso il Figlio il suo volto straziato. Chiama
uno dei soldati che giuocano a dadi e gli dice: «Se la Madre vuole salire col figlio che
l’accompagna, venga. Scortala e aiutala».
E Maria con Giovanni, creduto
«figlio», sale per la scaletta incisa nella roccia tufacea, credo, e penetra
oltre il cordone dei soldati andando ai piedi della croce, ma un poco scosta per
essere vista e per vedere il suo Gesù.
La folla le propina subito i più
obbrobriosi insulti. Accomunandola nelle bestemmie al Figlio. Ma Ella, con le
labbra tremanti e sbiancate, cerca solo di dargli conforto, con un sorriso
straziato su cui si asciugano le lacrime che nessuna forza di volontà riesce a
trattenere negli occhi.
La gente, cominciando dai
sacerdoti, scribi, farisei, sadducei, erodiani e simili, si procura lo spasso di
fare come un carosello, salendo dalla strada erta, passando lungo il rialzo
finale e scendendo per l'altra via, o viceversa. E mentre passano ai piedi della
vetta, sulla seconda piazzuola, non mancano di offrire le loro parole blasfeme
come omaggio al Morente. Tutta la turpitudine, la crudeltà, l'odio e l'insania
di cui sono capaci gli uomini con la lingua, vengono ampiamente testificate da
queste bocche d'inferno. I più accaniti sono i membri del Tempio, coi farisei
per aiuto.
«Ebbene? Tu, Salvatore dell’uman
genere, perché non ti salvi? Ti ha abbandonato il tuo re Belzebù? Ti ha
rinnegato?» urlano tre sacerdoti.
E un branco di giudei: «Tu, che
non più tardi di or sono cinque giorni, con l'aiuto del Demonio, facevi dire al
Padre... ah! ah! ah! che ti avrebbe glorificato, come mai non gli ricordi di
mantenere la sua promessa?».
E tre farisei: «Bestemmiatore! Ha
salvato gli altri, diceva, con l'aiuto di Dio! E non riesce a salvare Se
stesso![5] Vuoi che ti si creda?
E allora fai il miracolo. Non puoi più, eh? Ora hai le mani inchiodate, e sei
nudo».
E dei sadducei ed erodiani ai
soldati: «Attenti alla malìa, voi che vi siete prese le sue vesti! Ha dentro il
segno infernale!».
Una folla in coro: «Scendi dalla
croce[6] e ti crederemo. Tu che
distruggi il Tempio...[7]
Folle!... Guardalo là, il glorioso e santo Tempio d'Israele. E intoccabile, o
profanatore! E Tu muori».
Altri sacerdoti: «Blasfemo! Figlio
di Dio[8], Tu? E scendi di lì,
allora[9]. Fulminaci, se sei Dio.
Non ti temiamo e sputiamo verso Te».
Altri che passano e scrollano il
capo: «Non sa che piangere. Salvati, se è vero che sei l'Eletto![10]».
I soldati: «E salvati, dunque!
Incenerisci questa suburra della suburra! Sì! Suburra dell'impero siete, giudei
canaglie. Fàllo! Roma ti metterà in Campidoglio e ti adorerà come un
nume!».
I sacerdoti coi loro compari:
«Erano più dolci le braccia delle femmine di quelle della croce, non è vero? Ma,
guarda, sono già lì pronte a riceverti le tue... (e dicono un termine infame).
Ci hai tutta Gerusalemme a farti da pronuba». E fischiano come
carrettieri.
Altri lanciando dei sassi: «Muta
questi in pane, Tu, moltiplicatore dei pani».
Altri, scimmiottando gli osanna
della domenica delle palme, lanciano dei rami e gridano: «Maledetto colui che
viene in nome del Demonio! Maledetto il suo regno! Gloria a Sionne che lo recide
di fra i vivi!».
Un fariseo si piazza di fronte
alla croce, e mostra il pugno facendo le corna e dice: «"Ti affido al Dio del
Sinai" Tu dicesti? Ora il Dio del Sinai ti prepara al fuoco eterno. Perché non
chiami Giona a renderti il buon servizio?».
Un altro: «Non rovinare la croce
con i colpi della tua testa. Deve servire per i tuoi seguaci. Una intera legione
ne morirà sul tuo legno, te lo giuro su Jeové. E per primo ci metterò Lazzaro.
Vedremo se Tu lo levi di morte, ora».
«Sì! Sì! Andiamo da Lazzaro.
Inchiodiamolo dall'altro lato croce», e pappagallescamente fanno la parlata
lenta di Gesù dicendo: «Lazzaro, amico mio, vieni fuori! Slegatelo e lasciatelo
andare!».
«No! Diceva a Marta e Maria, le
sue femmine: "Io sono la
Risurrezione e la
Vita ". Ah! Ah! Ah! La Risurrezione non sa mandare
indietro la morte, e la
Vita muore!».
«Ecco là Maria con Marta.
Chiediamo dove è Lazzaro e andiamolo a cercare». E si fanno avanti, verso le
donne, chiedendo arrogantemente: «Dove è Lazzaro? Al
palazzo?».
E Maria Maddalena[11], mentre le altre terrorizzate fuggono
dietro i pastori" si fa avanti, ritrovando nel suo dolore la antica baldanza dei
tempi di peccato, e dice: «Andate. Troverete già in palazzo i soldati di Roma e
cinquecento armati delle mie terre, che vi castreranno come vecchi caproni
destinati al pasto degli schiavi alle macine».
«Sfrontata! Così parli ai
sacerdoti?».
«Sacrileghi! Turpi! Maledetti!
Volgetevi! Alle spalle avete, io le vedo, le lingue delle fiamme
infernali».
I vili si volgono, veramente
terrorizzati, tanto è sicura l'affermazione di Maria; ma, se non hanno le fiamme
alle spalle, hanno alle reni le ben pontute lance romane. Perché Longino ha dato
un ordine e la mezza centuria che era in riposo è entrata in azione e punge alle
natiche i primi che trova. Questi fuggono urlando e la mezza centuria resta a
chiudere gli imbocchi delle due strade e a fare baluardo alla piazzuola. I
giudei imprecano, ma Roma è la più forte.
Ma il ladrone di sinistra continua
gli insulti dalla sua croce. Pare si sia fatto il condensatore di tutte le
bestemmie altrui e le snocciola tutte, terminando: «Salvati e salvaci, se vuoi
che ti si creda[12]. Il Cristo
Tu? Un folle sei! Il mondo è dei furbi e Dio non c'è. Io ci sono. Questo è vero,
e per me tutto è lecito. Dio?.. Fola! Messa per tenerci quieti. Viva il nostro
io! Lui solo è re e dio!».
L'altro ladrone, che è a destra ed
ha quasi ai piedi Maria, e la guarda quasi più che non guardi Cristo, e da
qualche momento piange mormorando: «la madre», dice: «Taci. Non temi Dio neppure
ora che soffri questa pena? Perché insulti chi è buono? E in un supplizio ancor
più grande del nostro. E non ha fatto nulla di male[13]».
Ma il ladrone continua le sue
imprecazioni.
Gesù tace. Anelante per lo sforzo
della posizione, per la febbre, per lo stato cardiaco e respiratorio,
conseguenza della flagellazione subita in forma tanto violenta, e anche
dell'angoscia profonda che gli aveva fatto sudar sangue, cerca trovare un
sollievo, alleggerendo il peso che grava sui piedi, sospendendosi alle mani e
facendo forza con le braccia. Forse lo fa anche per vincere un poco il crampo
che già tormenta i piedi e che si tradisce con il tremito muscolare. Ma lo
stesso tremore è nelle fibre delle braccia, che sono sforzate in quella
posizione e devono essere gelate nelle loro estremità, perché poste più in alto
e abbandonate dal sangue, che a fatica giunge ai polsi e poi ne geme dai buchi
dei chiodi lasciando senza circolazione le dita. Specie quelle della sinistra
sono già cadaveriche e stanno senza moto, ripiegate verso il palmo. Anche le
dita dei piedi esprimono il loro tormento. Specie gli alluci, forse perché meno
è leso il loro nervo, si alzano, si abbassano, si
divaricano.
Il tronco, poi, svela tutta la sua
pena col suo movimento, che è veloce ma non profondo, ed affatica senza dare
sollievo. Le coste, molto ampie e alte di loro, perché la struttura di questo
Corpo è perfetta, sono ora dilatate oltre misura per la posizione assunta dal
corpo e per l'edema polmonare che certo si è formato nell'interno. Eppure non
servono ad alleggerire lo sforzo respiratorio, tanto che tutto l'addome aiuta
col suo muoversi il diaframma, che sempre più si va
paralizzando.
E la congestione e l'asfissia
aumentano di minuto in minuto, come lo indicano il colorito cianotico che
sottolinea le labbra, di un rosso acceso dalla febbre, e le striature di un
rosso violaceo, che spennellano il collo lungo le giugulari turgide e si
allargano fino sulle guance, verso le orecchie e le tempie, mentre il naso è
affilato e esangue, e gli occhi affondano in un cerchio che è livido dove è
privo del sangue colato dalla corona.
Sotto l'arco costale sinistro si
vede l'urto propagato dalla punta cardiaca, irregolare, ma violento, e ogni
tanto, per una convulsione interna, il diaframma ha un fremito profondo che .si
rivela da una distensione totale della pelle, per quanto può stendersi su quel
povero Corpo ferito e morente.
Il Volto ha già l'aspetto che
vediamo nelle fotografie della Sindone, col naso deviato e gonfio da una parte;
e anche il tenere l'occhio destro quasi chiuso, per il gonfiore che è da questo
lato, aumenta la somiglianza. La bocca, invece, è aperta, con la sua ferita sul
labbro superiore ormai ridotta ad una crosta. La sete, data dalla perdita di
sangue, dalla febbre e dal sole deve essere intensa, tanto che Egli, con mossa
macchinale, beve le stille del suo sudore e del suo pianto, e anche quelle del
sangue che scende dalla fronte fin sui baffi, e si bagna con queste la
lingua...
La corona di spine gli vieta di
appoggiarsi al tronco della croce per aiutare la sospensione sulle braccia e
alleggerire i piedi. Le reni e tutta la spina si arcua verso l'esterno, stando
staccato dal tronco della croce dal bacino in su per forza di inerzia che fa
pendere in avanti un corpo sospeso come era il suo.
I giudei, respinti oltre la
piazzuola, non cessano di insultare, e il ladrone impenitente fa
eco.
L'altro, che ora guarda con sempre
maggiore pietà la
Madre e piange, lo rimbecca aspramente quando sente che
nell'insulto è compresa anche Lei. «Taci. Ricordati che sei nato da una donna. E
pensa che le nostre han pianto per causa dei figli. E furono lacrime di
vergogna... perché noi siamo delinquenti. Le nostre madri sono morte... Io
vorrei poterle chiedere perdono... Ma lo potrò? Era una santa... L'ho uccisa col
dolore che le davo... Io sono un peccatore... Chi mi perdona? Madre, in nome del
tuo Figlio morente, prega per me».
Disma piange più forte. Cosa che
scatena ancora di più gli scherni della folla e del compagno. La prima urla:
«Bravo! Pigliati questa per madre. Così ha due figli delinquenti!». E l'altro
rincara: «Ti ama perché sei una copia minore del suo bene amato»
Gesù parla per la prima volta:
«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno![14]».
Questa preghiera vince ogni timore
in Disma. Osa guardare il Cristo e dice: «Signore, ricordati di me quando sarai
nel tuo Regno[15]. Io è giusto
che qui soffra. Ma dammi misericordia e pace oltre la vita. Una volta ti ho
sentito parlare e, folle, ho respinto la tua parola. Ora me ne pento. E dei miei
peccati me ne pento davanti a Te, Figlio dell'Altissimo. Io credo che Tu venga
da Dio. Io credo nel tuo potere. Io credo nella tua misericordia. Cristo,
perdonami in nome di tua Madre e del tuo Padre
santissimo».
Gesù si volge e lo guarda con
profonda pietà, ed ha un sorriso ancora bellissimo sulla povera bocca torturata.
Dice: «Io te lo dico: oggi tu sarai meco in Paradiso[16]».
Il ladrone pentito si mette calmo
e, non sapendo più le preghiere imparate da bambino, ripete come una
giaculatoria: «Gesù Nazareno, re dei giudei, pietà di me; Gesù Nazareno, re .dei
giudei, io spero in Te; Gesù Nazareno, re dei giudei, io credo nella tua
Divinità».
L'altro continua nelle sue
bestemmie.
Il cielo si fa sempre più fosco[17]. Ora difficilmente le nubi si
aprono per fare passare il sole. Ma anzi si accavallano a più e più strati
plumbei, bianchi, verdognoli, si sormontano, si dipanano secondo i giuochi di un
vento freddo, che a intervalli scorre il cielo e poi scende sulla terra e poi
tace di nuovo, ed è quasi più sinistra l'aria quando tace, afosa e morta, di
quando fischia tagliente e veloce.
La luce, prima viva fin oltre
misura, si va facendo verdastra. E i volti prendono bizzarri aspetti. I soldati,
sotto i loro elmi e nelle loro corazze, prima lucenti ed ora divenute come
appannate nella luce verdastra e sotto il cielo di cenere, mostrano i duri
profili come scalpellati. I giudei, per la maggioranza bruni di pelle e capelli
e barba, paiono degli annegati, tanto il loro volto si fa terreo. Le donne
sembrano statue di neve azzurrastra per il pallore esangue che la luce
accentua.
Gesù sembra illividire
sinistramente come per inizio di decomposizione, quasi fosse già morto. La testa
gli comincia a pendere sul petto. Le forze mancano rapidamente. Trema,
nonostante la febbre che lo arde. E nella sua debolezza mormora il nome che
prima ha solo detto nel fondo del cuore: «Mamma!», «Mamma!». Lo mormora piano, come
in un sospiro, quasi fosse già in un lieve delirio che gli impedisca di
trattenere quanto la volontà vorrebbe trattenere. E Maria, ogni volta, ha un
atto infrenabile di tendere le braccia come per
soccorrerlo.
E la gente crudele ride di questi
spasimi di chi muore e di chi spasima. Salgono da capo sino a dietro i pastori,
che però sono sulla piazzetta bassa, i sacerdoti e gli scribi. E poiché i
soldati vorrebbero respingerli, reagiscono dicendo: «Ci stanno questi galilei?
Ci stiamo anche noi, che dobbiamo verificare che giustizia sia fatta fino in
fondo. E da lontano, in questa luce strana, non possiamo
vedere».
Infatti molti cominciano a
impressionarsi della luce che sta fasciando il mondo, e qualcuno ha paura. Anche
i soldati accennano al cielo e ad una specie di cono, che pare di lavagna tanto
è cupo e che si leva come un pino da dietro una vetta. Sembra una tromba marina.
Si alza, si alza e pare che generi nubi sempre più nere, quasi fosse un vulcano
eruttante fumo e lava.
È in questa luce crepuscolare e
paurosa che Gesù dà a Maria Giovanni e a Giovanni Maria. Curva il capo, poiché
la
Madre si è fatta più sotto alla croce per vederlo meglio, e
dice: «Donna ecco tuo figlio[18]. Figlio, ecco tua Madre[19]».
Maria ha il volto ancor più
sconvolto dopo questa parola che è il testamento del suo Gesù, che non ha nulla
da dare alla Madre se non un uomo, Egli che per amore dell'Uomo la priva
dell'Uomo-Dio, nato da Lei. Ma cerca, la povera Madre, di non piangere che
mutamente, perché non può, non può non piangere... Le stille del pianto gemono
nonostante ogni sforzo per trattenerle, anche se la bocca ha il suo straziato
sorriso, fissato sulle labbra per Lui, per confortare
Lui...
Le sofferenze crescono sempre più.
E la luce sempre più decresce. È in questa luce di fondo marino che emergono, da
dietro dei giudei, Nicodemo e Giuseppe, e dicono:
«Scansatevi!».
«Non si può. Che volete?» dicono i
soldati.
«Passare. Siamo amici del
Cristo».
Si voltano i capi dei sacerdoti.
«Chi osa professarsi amico del ribelle?» dicono i sacerdoti
sdegnati.
E Giuseppe risoluto: «Io, nobile
membro del Gran Consiglio, Giuseppe d'Arimatea, l'Anziano, e con me è Nicodemo,
capo dei giudei».
«Chi parteggia per il ribelle è
ribelle».
«E chi parteggia per gli assassini
è assassino, Eleazaro di Anna. Ho vissuto da giusto. E ora vecchio sono e
prossimo alla morte. Non voglio divenire ingiusto mentre già il Cielo su me
discende e con esso il Giudice eterno».
«E tu, Nicodemo! Mi
meraviglio!».
«Io pure. E di una cosa sola: che
Israele sia tanto corrotto da non sapere più riconoscere
Dio».
«Mi fai
ribrezzo».
«Scansati, allora, e lasciami
passare. Non chiedo che quello».
«Per contaminarti più
ancora?»
«Se non mi sono contaminato a
starvi presso, nulla più mi contamina. Soldato, a te la borsa e il segno di
lasciapassare». E passa al decurione più vicino una borsa e una tavoletta
cerata.
Il decurione osserva e dice ai
soldati: «Lasciate passare i due».
E Giuseppe con Nicodemo si
avvicinano ai pastori . Non so neppure se Gesù li veda in quella caligine sempre
più fitta e con l'occhio che già si vela nell'agonia. Ma essi lo vedono e
piangono senza rispetto umano, nonostante ora su di loro si avventino gli
improperi sacerdotali.
Le sofferenze sono sempre più
forti. Il corpo ha i primi inarcamenti propri della tetanìa e ogni clamore di
folla li esaspera. La morte delle fibre e dei nervi si estende dalle estremità
torturate al tronco, rendendo sempre più difficoltoso il moto respiratorio,
debole la contrazione diaframmatica e disordinato il movimento cardiaco. Il
volto di Cristo passa alternativamente da vampe di rossore intensissimo a
pallori verdastri di morente per dissanguamento. La bocca si muove con maggiore
fatica, perché i nervi sovraffaticati del collo e del capo stesso, che hanno per
decine di volte fatto da leva al corpo tutto puntandosi sulla sbarra trasversa
della croce, propagano il crampo anche alle mascelle. La gola, enfiata dalle
carotidi ingorgate, deve dolere ed estendere il suo edema alla lingua, che
appare ingrossata e lenta nei movimenti. La schiena, anche nei momenti che le
contrazioni tetanizzanti non la curvano ad arco completo dalla nuca alle anche,
appoggiate come punti estremi al tronco della croce, si arcua sempre più in
avanti, perché le membra divengono sempre più pesanti del peso delle carni
morte.
La gente vede poco e male queste
cose, perché la luce è ormai di un cenere cupo[20], e solo chi è ai piedi della croce può
vedere bene.
Gesù si affloscia, un certo
momento, tutto in avanti e in basso, come già morto; non ansa più, la testa gli
pende inerte in avanti, il corpo dalle anche in su è tutto staccato facendo
angolo con le braccia alla croce.
Maria ha un grido: «È morto!». Un grido tragico che si
propaga nell'aria nera. E
Gesù appare realmente morto.
Un altro grido femminile le
risponde e nel gruppo delle donne vedo un tramestio. Poi una decina di persone
si allontanano sostenendo qualche cosa. Ma non posso vedere chi si allontana
così. E troppo poca la luce nebbiosa. Sembra di essere immersi in una nube di
cenere vulcanica fittissima. «Non è possibile» urlano dei sacerdoti e dei
giudei. «È una finta per farci andare via. Soldato, pungilo con la lancia. È una
buona medicina per ridargli voce». E poiché i soldati non lo fanno, una scarica
di pietre e di zolle di terra volano verso la croce, colpendo il Martire e
ricadendo sulle corazze romane.
Il farmaco, come ironicamente
dicono i giudei, opera il prodigio. Certo qualche sasso ha colpito a segno,
forse sulla ferita di una mano, o sul capo stesso, perché miravano in alto. Gesù
ha un gemito pietoso e rinviene. Il torace torna a respirare con fatica e la
testa a muoversi da destra a manca, cercando un luogo dove posarsi per soffrire
meno, senza trovare altro che maggior pena.
A gran fatica, puntandosi una
volta ancora sui piedi torturati, trovando forza nella sua volontà, unicamente
in quella, Gesù si irrigidisce sulla croce, torna eretto come fosse un sano
nella sua forza completa, alza il volto guardando con occhi bene aperti il mondo
steso ai suoi piedi, la città lontana, che appena si intravvede come un biancore
incerto nella foschia, e il cielo nero dal quale ogni azzurro ed ogni ricordo di
luce sono scomparsi. E a questo cielo chiuso, compatto, basso, simile ad una
enorme lastra di lavagna scura, Egli grida a gran voce, vincendo con la forza
della volontà, col bisogno dell'anima, l'ostacolo delle mascelle irrigidite,
della lingua ingrossata, della gola edematica: «Eloi, Eloi, lamma scebacteni![21]» (io sento dire così). Deve
sentirsi morire, e in un assoluto abbandono del Cielo, per confessare con tal
voce l'abbandono paterno.
La gente ride e lo scherza. Lo
insulta: «Non sa che farne Dio di Te! I demoni sono maledetti da Dio!»
Altri gridano: «Vediamo se Elia,
che Egli chiama, viene a salvarlo[22]».
E altri: «Dategli un poco d'aceto,
che si gargarizzi la gola. Fa bene alla voce! Elia o Dio, poiché è incerto ciò
che il folle vuole, sono lontani... Ci vuol voce per farsi sentire!», e ridono
come iene o come demoni.
Ma nessun soldato dà l'aceto e
nessuno viene dal Cielo per dare conforto. È l'agonia solitaria, totale,
crudele, anche soprannaturalmente crudele, della Grande
Vittima.
Tornano le valanghe di dolore
desolato che già l'avevano oppresso nel Getsemani. Tornano le onde dei peccati
di tutto il mondo a percuotere il naufrago innocente, a sommergerlo nella loro
amaritudine. Torna soprattutto la sensazione, più crocefiggente della croce
stessa, più disperante di ogni tortura, che Dio lo ha abbandonato e che la
preghiera non sale a Lui...
Ed è il tormento finale. Quello
che accelera la morte, perché preme le ultime gocce di sangue dai pori, perché
stritola le superstiti fibre del cuore, perché termina ciò che la prima
cognizione di questo abbandono ha iniziato: la morte. Perché di questo per prima
cosa è morto il mio Gesù, o Dio, che lo hai colpito per noi! Dopo il tuo
abbandono, per il tuo abbandono, che diventa una creatura? O un folle, o un
morto. Gesù non poteva divenire folle, perché la sua intelligenza era divina e,
spirituale come è l'intelligenza, trionfava sopra il trauma totale del colpito
da Dio. Divenne dunque un morto: il Morto, il santissimo Morto, l'innocentissimo
Morto. Morto Lui che era la Vita. Ucciso dal tuo abbandono e
dai nostri peccati.
L’oscurità si fa ancora più fitta.
Gerusalemme scompare del tutto. Lo stesso Calvario pare annullarsi. nelle sue
falde. Solo la cima è visibile, quasi che le tenebre la tengano alta a
raccogliere l'unica' e l'ultima superstite luce, posandola come per una offerta,
col suo trofeo divino, su uno stagno di onice liquida, perché sia vista
dall'amore e dall'odio.
E dalla luce non più luce viene la
voce lamentosa di Gesù: «Ho sete![23]».
Vi è infatti un vento che asseta
anche i sani. Un vento continuo, ora, violento, pieno di polvere, freddo,
pauroso. Penso quale spasimo avrà dato col suo soffio violento ai polmoni, al
cuore, alle fauci di Gesù, alle sue membra gelate, intormentite, ferite. Ma
proprio tutto si è messo a torturare il Martire.
Un soldato va ad un vaso dove i
satelliti del boia hanno messo dell'aceto col fiele, perché col suo amaro
aumenti la salivazione nei suppliziati. Prende la spugna immersa nel liquido, la
infila su una canna sottile eppure rigida, che è già pronta lì presso, e porge
la spugna al Morente[24].
Gesù si tende avido verso la
spugna che viene. Pare un infante affamato che cerchi il capezzolo
materno.
Maria, che vede e certo pensa
questa cosa, geme, appoggiandosi a Giovanni: «Oh! ed io neppure una stilla di
pianto gli posso dare... Oh! seno mio, ché non gemi latte? Oh! Dio, perché
perché così ci abbandoni? Un miracolo per la mia Creatura! Chi mi solleva per
dissetarlo del mio sangue, posto che latte non ho?..».
Gesù, che ha succhiato[25] avidamente l'aspra e amara bevanda,
torce il capo, avvelenato dal disgusto di essa. Deve, oltre.. tutto, essere come
del corrosivo sulle labbra ferite e spaccate.
Si ritrae, si accascia, si
abbandona. Tutto il peso del corpo piomba sui piedi e in avanti. Sono le
estremità ferite quelle che soffrono la pena atroce dello slabbrarsi sotto il
peso di un corpo che si abbandona. Non più un movimento per sollevare questo
dolore. Dal bacino in su, tutto è staccato dal legno, e tale
resta.
La testa pende in avanti tanto
pesantemente che il collo pare scavato in tre posti: al giugolo, completamente
infossato, e di qua e di là dello sternocleidomastoideo. Il respiro è sempre più
anelante, ma interciso. E già più un rantolo sincopato che un respiro. Ogni
tanto un colpo di tosse penosa porta una schiuma lievemente rosata alle labbra.
E le distanze fra una espirazione e l'altra diventano sempre più lunghe.
L'addome è già fermo. Solo il torace ha ancora dei sollevamenti, ma faticosi,
stentati... La paralisi polmonare si accentua sempre più.
E sempre più fievole, tornando al
lamento infantile del bambino, viene l'invocazione: «Mamma!».
E la misera mormora: «Sì, tesoro,
sono qui».
E quando la vista che si vela gli
fa dire: «Mamma, dove sei? Non ti vedo più. Anche tu mi abbandoni?», e non è
neanche una parola, ma un mormorio che appena è udibile da chi più col cuore che
con l'udito raccoglie ogni sospiro del Morente, Ella dice:
«No, no, Figlio! Non Ti abbandono Io!
Sentimi, caro... La
Mamma è qui, qui è... e solo si tormenta di non poter venire
dove Tu sei...».
È uno strazio... E Giovanni piange
liberamente. Gesù deve sentire quel pianto. Ma non dice niente. Penso che la
morte imminente lo faccia parlare come in delirio e neppure sappia quanto dice
e, purtroppo, neppure comprenda il conforto materno e l'amore del
Prediletto.
Longino - che inavvertitamente ha
lasciato la sua posa di riposo, con le mani conserte sul petto e una gamba
accavallata, ora una, ora l'altra, per dare sollievo alla lunga attesa in piedi,
e ora invece è rigido sull'attenti, la mano sinistra sulla spada, la destra
regolarmente tesa lungo il fianco, come fosse sui gradini del trono imperiale -
non vuole commuoversi. Ma il suo volto si altera nello sforzo di vincere
l'emozione, e gli occhi hanno un luccicore di pianto che solo la sua ferrea
disciplina trattiene[26].
Gli altri soldati, che giocavano a
dadi, hanno smesso e si sono drizzati in piedi, rimettendosi gli elmi che
avevano servito agitare i dadi, e stanno in gruppo presso la scaletta scavata
nel tufo, silenziosi, attenti. Gli altri sono di servizio e non possono mutare
posizione. Sembrano statue. Ma qualcuno dei più prossimi, e che sente le parole
di Maria, mugola qualcosa fra le labbra e scrolla il capo.
Un silenzio. Poi, netta
nell'oscurità totale, la parola: «Tutto è compiuto! [27]», e poi l'ansito sempre più
rantoloso, con pause di silenzio fra un rantolo e l'altro, sempre più
vaste.
Il tempo scorre su questo ritmo
angoscioso. La vita torna quando l'aria è rotta dall'anelito aspro del
Morente... La vita cessa quando questo suono penoso non si ode più. Si soffre a
sentirlo... si soffre a non sentirlo... Si dice: «Basta di questa sofferenza!» e
si dice: «Oh! Dio! che non sia l'ultimo respiro».
Le Marie piangono tutte, col capo
contro il rialzo terroso. E si sente bene il loro pianto, perché tutta la folla
ora tace di nuovo per raccogliere i rantoli del Morente.
Ancora un silenzio. Poi,
pronunciata con infinita dolcezza, con ardente preghiera, la supplica: «Padre,
nelle tue mani raccomando lo spirito mio![28]».
Ancora un silenzio. Si fa lieve
anche il rantolo. È appena un soffio limitato alle labbra e alla
gola.
Poi, ecco, l'ultimo spasimo di
Gesù[29]. Una convulsione
atroce, che pare voglia svellere il corpo infisso, coi tre chiodi, dal legno,
sale per tre volte dai piedi al capo, scorre per tutti i poveri nervi torturati;
solleva tre volte l'addome in una maniera anormale, poi lo lascia dopo averlo
dilatato come per sconvolgimento dei visceri, ed esso ricade e si infossa come
svuotato; alza, gonfia e contrae tanto fortemente il torace, che la pelle si
infossa fra coste e coste che si tendono, apparendo sotto l'epidermide e
riaprendo le ferite dei flagelli; fa rovesciare violentemente indietro, una,
due, tre volte il capo, che percuote contro il legno, duramente; contrae in uno
spasimo tutti i muscoli del volto, accentuando la deviazione della bocca a
destra, fa spalancare e dilatare le palpebre sotto cui si vede roteare il globo
oculare e apparire la sclerotica. Il corpo si tende tutto; nell'ultima delle tre
contrazioni è un arco teso, vibrante, tremendo a vedersi, e poi un grido
potente[30], impensabile in quel
corpo sfinito, si sprigiona, lacera l'aria, il «grande grido» di cui parlano i
Vangeli e che è la prima parte della parola «Mamma»... E più nulla...
La testa ricade sul petto, il
corpo in avanti, il fremito cessa, cessa il respiro. È spirato.
Longino, Giovanni, i soldati si
abbrancano dove possono, come possono, per non cadere. Ma Giovanni, mentre con
un braccio afferra la croce, con l’altra sostiene Maria che, e per il dolore e
per il traballio, gli si è abbandonata sul cuore. Gli altri soldati, e specie
quelli del lato che scoscende, si sono dovuti rifugiare al centro per non essere
gettati giù dai dirupi. I ladroni urlano di terrore, la folla urla ancora di!
più e vorrebbe scappare. Ma non può. Cadono le persone l’una sull’altra, si
pestano, precipitano nelle spaccature del suolo, si feriscono, rotolano giù per
la china, impazziti.
Per tre volte si ripete il
terremoto e l'aeromoto, e poi si fa l’immobilità assoluta di un mondo morto.
Solo dei lampi, ma senza tuono, rigano ancora il cielo e illuminano la scena dei
giudei fuggenti in ogni senso, con le mani fra i capelli, o tese in avanti, o
alzate al cielo, schernito fina allora e di cui ora hanno paura. La oscurità si
tempera di un barlume di luce che, aiutato dal lampeggio silenzioso e magnetico,
permette di vedere che molti restano al suolo, morti o svenuti, non so. Una casa
arde nell'interno delle mura e le fiamme si alzano dritte nell’aria ferma,
mettendo un punto di rosso fuoco sul verde cenere
dell’atmosfera.
Maria alza il capo dal petto di
Giovanni e guarda il suo Gesù. Lo chiama, perché mal lo vede nella poca luce e
ai suoi poveri occhi pieni di pianto.
Tre volte lo chiama: «Gesù! Gesù!
Gesù!».
È la prima volta che lo chiama per
nome da quando è sul Calvario. Infine, ad un lampo che fa come una corona sopra
la vetta del Golgota, lo vede, immobile, tutta pendente in avanti, col capo
talmente piegato in avanti, e a destra, da toccare con la guancia la spalla e
col mento le coste, e comprende.
Tende le mani che tremano nell'aria scura e
grida: «Figlio mio! Figlio mio! Figlio mio!».
Poi ascolta... Ha la bocca aperta,
pare voglia ascoltare anche con quella, come ha gli occhi per vedere per
vedere... Non può credere che il suo Gesù non sia più...
Giovanni, che anche lui ha
guardata e ascoltata, ed ha compreso che tutto è finito, abbraccia Maria é cerca
allontanarla dicendo: «Non soffre più». Ma, prima che l'apostolo termini la
frase, Maria, che ha capito si svincola, gira su se stessa! Si curva ad arco
verso il suolo, si porta le mani agli occhi e grida: «Non ho più
Figlio!».
E poi vacilla, e cadrebbe se
Giovanni non. se la raccogliesse tutta sul cuore, e poi egli si siede, per
terra, per sostenerla meglio sul suo petto, finché le Marie, non più trattenute
dal cerchio superiore di armati -perché, ora che i giudei sono fuggiti, i romani
si sono ammucchiati sulla piazzuola sottostante commentando l'accaduto-
sostituiscono l’apostolo presso la Madre.
Le altre pie donne non ci sono
più. Penso siano andate via, e con esse i pastori, quando si udì quel grido
femminile...
[1] Mc 15,23 –
Mt 27,34.
[2] Con
citazioni da: Salmo 45, 3; Cantico dei cantici 5, 10-16; e allusioni a: Numeri
12; Deuteronomio 24, 9.
[3] Mc 15,27 –
Lc 23,33 – Mt 27,38.
[4] Mc 15,24 –
Lc 23,34 – Mt 27,35
[5] Mc
15,31.
[6] Mt
27,40.
[7] Mc 15,29 –
Mt 27,40.
[8] Mt
27,43.
[9] Mc
15,32.
[10] Lc
23,35.
[11] Mc 15,40 –
Gv 19,25.
[12] Lc
23,39.
[13] Lc,
23,40-41.
[14] Lc
23,34.
[15] Lc 23,
42.
[16] Lc
23,43.
[17] Mc
15,33.
[18] Gv
19,26.
[19] Gv
19,27.
[20] Lc 23,44 –
Mt 27,45.
[21] Mc 15,34 –
Mt 27, 46 (La versione della Bibbia dice: “Eloi, Eloi, lemà sabactàni? e “Elì,
Elì, lemà sabactàni?”)
[22] Mc 15,35 –
Mt 27,49
[23] Gv
19,28
[24] Mc 15,36 –
Gv 19,29 – Mt 27,48
[25] Gv
19,30
[26] Mc 15,39 –
In realtà non ha parlato, ma tutto il suo atteggiamento è di profondo rispetto.
Sarà poi uno dei primi convertiti.
[27] Gv
19,30
[28] Lc
23,46.
[29]
Ibidem.
[30] Mc 15,37;
Mt 27,50.
[31] Mc 15,40 –
Gv 19,25 – Maria, madre di Giacomo il minore e Giuda (cugini di
Gesù)
[32] Mc 15,40 –
Salome, Madre di Giovanni e Giacomo il maggiore e moglie di
Zebedeo.
Nessun commento:
Posta un commento